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Public Policy

Governo al bivio

Direzione vietata

Cresce lo contro Italia-Europa sui conti pubblici 

di Enrico Cisnetto - 16 novembre 2018

Il governo è di fronte ad un bivio, ma pare voler imboccare la direzione vietata. Dopo che Bruxelles – forte dell’appoggio di tutti i paesi europei, a cominciare da quelli, come l’Austria, guidati da nazionalisti duri e puri – si è mostrata intransigente sulla legge di bilancio, Roma aveva, ed ha, davanti a sé una doppia opzione: lo scontro o la ricerca del compromesso. Ha deciso per una terza via: la presa per i fondelli. Nel botta e risposta epistolare con la Commissione Ue, infatti, si è ribadito che i numeri – quello sulla crescita del pil e i saldi di bilancio – restano invariati, ma nello stesso tempo si è fatto finta di andare incontro alle esigenze comunitarie evocando due parole d’ordine sempreverdi: le privatizzazioni e la spending review. Nel primo caso si sono inseriti 18 miliardi (pari all’1% del pil) di non meglio identificate “dismissioni di patrimonio pubblico”, cosa che, secondo il governo, determinerebbe una discesa del rapporto debito-pil più accentuata rispetto a quanto preventivato, tanto da arrivare al 126% nel 2021. Nel secondo si assicura un puntuale “monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica” in modo da evitare scostamenti dell’indebitamento netto. Impegni troppo generici e logorati da precedenti analoghe promesse disattese, per essere credibili.

Forse, se l’intenzione è rompere con Bruxelles, nella convinzione che a maggio 2019 con le elezioni europee gli attuali commissari salteranno e la musica cambierà, sarebbe stato più dignitoso tenere fino in fondo la linea dura, respingendo al mittente la lettera della Commissione. Oppure, scegliere la via più logica: modificare la manovra, ma non per accontentare Juncker e Moscovici, e quindi semplicemente riducendo il rapporto deficit-pil da quel 2,4% considerato scandaloso dall’ortodossia comunitaria. No, la cosa più sana per il paese era (sarebbe) quella di cambiare verso alla manovra. Prendendo atto che l’economia si è fermata e che l’Italia corre seriamente il rischio di passare in un batter d’occhio dalla stagnazione alla recessione, e ammettendo che le misure fin qui decise non sono quelle giuste per assicurare la crescita, tantomeno per evitare la (ri)caduta in recessione. (twitter @ecisnetto)

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario