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La Manovra gialloverde

Meno sussidi, più produttività

L’unico modo per tornare a crescere è rafforzare chi produce, non foraggiare la nullafacenza

di Enrico Cisnetto - 30 settembre 2018

Né il Def, né la sua nota di aggiornamento, sono la legge di Bilancio. Per cui, volendo, dopo la (costosa) guerra sul deficit, c’è ancora tempo per affrontare alcuni dei veri problemi della nostra economia, a cominciare da quello della produttività. E non perché questa cresca troppo, come dice Casaleggio junior, ma perché invece non cresce, o lo fa troppo poco. L’Ocse ha definito l’Italia “maglia nera” tra i paesi industrializzati per i livelli di produttività non solo dalla crisi del 2008 a oggi, ma almeno dal 2001. Non è un caso, infatti, che il declino italiano da oltre due decenni corra parallelo al crollo della produttività del lavoro, che ha una media annua che è meno di un quinto di quella dell’Ue (+0,3% a fronte di +1,6%). Soprattutto, l’indice del totale dei fattori produttivi (che comprende anche capitale, innovazione e know-how) ha perso lo 0,1% annuo.

Quello che servirebbe, allora, è un salario di produttività e non un salario di Stato, cui è stato dato il nome, più aulico, di reddito di cittadinanza. Una misura che presenta molteplici problemi perché, a parte il tetto massimo (780 euro), non definisce la platea dei beneficiari, per cui si va dall’assegno universale erogato a prescindere dal reddito e per il solo fatto di essere cittadini italiani (ma non stranieri, con il rischio di incostituzionalità), al reddito minimo (a prescindere dal patrimonio) passando per una misura di contrasto alla povertà (potenziando il già esistente reddito di inclusione). Senza contare che le esperienze passate testimoniano come il sostegno drogato alla domanda non faccia automaticamente ripartire i consumi (vedi gli 80 euro di Renzi). E anche quando ripartono, in un’economia aperta è facile che vadano a finire su prodotti esteri, dall’Iphone a Netflix, dalle auto tedesche a un volo Ryanair. E non è un caso che in questi ultimi anni le importazioni siano cresciute quattro volte il pil. E che un terzo della nostra economia si basi sull’export. Inoltre, a parte i noti problemi di sostenibilità economica, un assegno sociale di questo tipo, magari con l’aiutino di qualche lavoretto in nero, potrebbe perfino essere superiore ad una retribuzione di un primo lavoro, di certo atipico e forse anche normale.

Ecco, se è vero che i salari sono bassi, non bisogna incoraggiare l’accesso al non-lavoro, ingigantendo la platea dei tre milioni di NEET (persone che non studiano, non lavorano, né lo cercano). Al contrario, occorre migliorare le pessime condizioni attuali alzando i salari a fronte della capacità di produrre di più e meglio, con maggiore intelligenza e un più alto livello di qualità tecnologica.

Insomma, ci sono tanti modi per redistribuire risorse. Per esempio, investendo nella formazione continua proprio quando le competenze richieste dal mondo del lavoro cambiano repentinamente. Ma anche detassando i premi di produttività e favorendo la contrattazione decentrata, così da adeguare turni di lavoro e stipendi all’andamento intermittente delle aziende. Come ricorda l’istituto Isril, il salario di produttività ha dato risultati importanti sul piano della crescita e del benessere sociale in quei paesi (specie nordici) in cui sono state adottate politiche concertate di competitività a livello macro-economico. Perché l’unico modo per tornare a crescere è rafforzare chi produce, non foraggiare la nullafacenza. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario