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  • 20180916 - Cdp non è un bancomat

Soldi pubblici e obiettivi politici

Cdp non è un bancomat politico

Le ragioni di Tria sul ruolo della Cassa Depositi e Prestiti

di Enrico Cisnetto - 16 settembre 2018

La Cassa non è un bancomat da cui prelevare soldi per soddisfare i propri obiettivi politici. Giusti o sbagliati che siano. Ha perfettamente ragione il ministro Tria nel respingere al mittente ogni tentativo di trasformare la Cassa Depositi e Prestiti in un salvatore di ultima istanza di imprese decotte, piuttosto che in un fondo di sostegno per lavoratori senza prospettive o in chissà quale altro strumento di welfare assistenziale. Cdp è una partecipata pubblica, ma agisce secondo rigorosi criteri privatistici, e per di più ha soci terzi come le fondazioni bancarie. Non è un caso che il presidente dell’Acri, Guzzetti, abbia sentito la necessità di ribadire che l’azione della Cassa deve rispondere ad una logica di profittabilità e non può diventare il lazzaretto del capitalismo italiano. Perché, se così fosse, passeremmo due grossi guai: per la finanza pubblica e per la stessa politica industriale.

Partiamo dal primo. Come per la tedesca Kfw e la francese Caisse des Dépôts, attualmente Eurostat – l’ente europeo che certifica i conti di ciascun paese – esclude Cdp dal perimetro del bilancio dello Stato, proprio perché agisce con logica privata. Tuttavia, complici alcune delle operazioni della precedente gestione, i bilanci di Cdp sono peggiorati e oggi il Tesoro riceve meno di quanto dia alla Cassa. Inoltre ci sono state improvvide dichiarazioni di esponenti di governo e dei partiti che lo sostengono (“le parole sono pericolose”, Draghi dixit), da cui traspariva chiaramente l’intenzione dell’esecutivo di considerare Cdp al proprio servizio. Fino a trasformarla in una banca pubblica.

Ora, a parte le probabili contestazioni di Bruxelles circa indebiti aiuti di Stato, ma se la Ue – che tra l’altro non è certo ben predisposta nei confronti dell’Italia a trazione sovranista – potesse accertare che Cdp è diventata o sta diventando altro rispetto a ciò che è stata fin qui, ecco che potrebbe decidere di includere i conti della Cassa nel bilancio dello Stato, con relativo aggravio del debito pubblico. La cifra non è facile da quantificare – si dice che oscillerebbe tra i 10 e i 50 miliardi – ma considerando che abbiamo già un enorme problema al riguardo, le conseguenze sono facilmente immaginabili.

Ma la Cdp non deve diventare una riedizione della vecchia Gepi anche per una ragione di politica industriale. Perché l’obiettivo di quest’ultima deve essere il rinnovamento dell’offerta che il sistema Italia è in condizione di mettere sul mercato, nello schema “industria 4.0” e in un’ottica di sviluppo verso la modernità e il futuro, e non certo fare interventi a difesa di un esistente di cui prima ci liberiamo e meglio è. Finora, Cdp ha impiegato il risparmio postale di cui può usufruire in investimenti a lungo termine in imprese strategiche (Eni, Terna, Saipem, Tim, Italgas, Snam, ecc.) e in infrastrutture essenziali al paese, come per esempio la banda larga. Snaturare questa mission, peraltro prevista dallo statuto, sarebbe esiziale.

Ci aveva già provato Renzi, ora i pentaleghisti l’hanno addirittura scritto nel loro “contratto di governo”. Dunque fa bene Tria a difendere il nuovo amministratore delegato, Fabrizio Palermo, dagli sgangherati tentativi di minarne l’indipendenza. Si può discutere su quale deve essere il ruolo dello Stato nell’economia, ma non si può trasformare Cdp in un bancomat al servizio della politica. (twitter @ecisnetto)

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