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  • 20180715 - La fuga di capitali e giovani

Via dall'Italia

L'emigrazione dei cervelli

Il problema non è chi arriva ma la fuga di capitali e giovani

di Enrico Cisnetto - 16 luglio 2018

Più che preoccuparci di chi arriva, dovremmo essere allarmati da cosa e da chi se ne va. E per quali motivi. Infatti, in carenza di credibilità, assenza di prospettive e sovrabbondanza di incertezze, dall’Italia fuggono soldi e persone – in termini economici, capitale materiale e immateriale – con una progressione che negli ultimi tempi si è fatta davvero allarmante, facendoci perdere sia le energie esistenti che quelle potenziali.

Partiamo dalla fuga dei capitali. Il fenomeno ha subito una notevole accelerazione nei mesi di maggio e giugno, non a caso quelli in cui lo spread è salito aggiungendo stabilmente un centinaio di punti al valore medio degli ultimi anni. Secondo Bankitalia negli ultimi due mesi il saldo tra entrate e uscite di capitali, già pesantemente negativo, è arrivato a 480,9 miliardi, 55 in più dei 426 di aprile. Questo fenomeno è in parte uno spostamento di attivi e in parte l’effetto della decisione di alcuni investitori di volersene andare da un’Italia in cui regna l’incertezza persino su un tema fondamentale come l’appartenenza all’eurosistema. Secondo un sondaggio di Merrill Lynch, per esempio, a maggio l’Italia è diventato l’ultimo paese d’Europa (al posto della Gran Bretagna) dove i gestori dei fondi di investimento hanno piacere a collocare i loro denari. E, tra questi, più di un terzo ha intenzione di ridurre ulteriormente la propria esposizione. Non è un caso, allora, che negli ultimi due mesi il listino della Borsa italiana abbia perso l’11,4% del suo valore.

Ma oltre ai soldi sono in fuga anche le persone. Se negli ultimi 12 mesi sono sbarcati in Italia 52 mila stranieri, nello stesso periodo nella sola Germania sono “emigrati” 65 mila italiani. E di loro non si parla, così come anche dei 22 mila che si sono trasferiti nel Regno Unito. In pratica, quelli che se ne vanno sono quattro volte di più di quelli che arrivano. Si tratta di una diaspora di capitale umano prezioso, visto che i due terzi degli uscenti hanno meno di 40 anni e il 90% sono laureati. A conti fatti, sono 50 mila i “dottori” che ogni anno abbandonano il Paese: come un’intera città universitaria, costata otto miliardi di investimenti pubblici e altri sette delle famiglie. Giovani preparati e allevati da noi, che però produrranno reddito altrove, dove per esempio la spesa in ricerca è già quattro volte quella italiana. Insomma, perdiamo la parte della società che più è in grado di spingere un’economia basata su innovazione e conoscenza.

Perché tutto questo? Se è vero che l’economia è fatta soprattutto di aspettative, evidentemente le nostre sono negative. D’altra parte, la misura dei problemi misurabili è nota. Giovedì la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita sia per il 2018 (da +1,5% a +1,3%) che per il 2019 (da 1,2% a 1,1%), sulla stessa linea di quanto già fatto da Standard & Poor’s. Numeri che ci mantengono buoni ultimi in Europa. E se a tutto questo aggiungiamo minacce di uscire dall’euro a giorni alterni, ipotesi di controriforma del mercato del lavoro rinunciando a quel briciolo di flessibilità che abbiamo conquistato, un po’ di estremismo ambientalista e la solita dose massiccia di populismo giudiziario – tutte cose che spaventano gli investitori esteri e allontano quelli nostrani – non facciamo che buttare la benzina dell’incertezza sul fuoco del declino. E quando la casa brucia non resta che scappare. (twitter @ecisnetto)

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario