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  • 20180709 - Stop Schengen: evitiamo la valanga

Chiusura confini

Nessuno tocchi Schengen

Con la sospensione del Trattato di libera circolazione l'Europa pagherà un prezzo altissimo

di Enrico Cisnetto - 09 luglio 2018

Evitiamo la valanga. Se la vicenda dei migranti porterà davvero alla sospensione del Trattato di Schengen e della libera circolazione all’interno dell’Unione europea, i costi economici potrebbero essere non alti ma altissimi, prsino difficili da quantificare. Senza contare il fardello immateriale dovuto alla perdita di fiducia e di dialogo, mentre aumenterebbero diffidenza e sospetto. Per non pensare al pericolo che si affermi il concetto secondo cui “dove non passano le merci passano gli eserciti”.

Si stima che il libero scambio all’interno dei 26 Paesi aderenti e dei 400 milioni di persone che ci vivono valga oggi circa 2.800 miliardi di euro. Dal 2015, purtroppo, sei paesi già applicano i controlli ai confini (Francia, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia), con un aggravio diretto compreso tra i 25 e i 50 miliardi l’anno. Per il Parlamento europeo, se le frontiere venissero chiuse definitivamente ovunque, il costo sarebbe tra i 100 e i 230 miliardi in 10 anni, considerato che solo per tornare a controllare i 50.000 chilometri di confini interni servono circa 18 miliardi (500 milioni sono già stati spesi per innalzare muri e barriere su 1.200 chilometri). Ma si parla di costi minimi, perché per il think tank tedesco Bertelsmann Stiftung si arriva fino a 1.430 miliardi di perdite in nove anni. I settori colpiti sarebbero molteplici. In primis i quasi 2 milioni di lavoratori “transfrontalieri”. La reintroduzione dei controlli potrebbe pesare fino a 18 miliardi l’anno (secondo la Commissione europea), più la perdita di tempo e i costi dell’energia. Il turismo, poi, potrebbe essere affondato nei viaggi da weekend, spesso low cost, tra una città e l’altra del Vecchio Continente. Parlando delle merci, poi, i 60 milioni di veicoli che trasportano beni su gomma potrebbero dover scontare lunghe attese alle frontiere, calcolate tra un minimo di 1,7 miliardi ad un massimo di sette. Secondo Conftrasporto, per esempio, il costo di un’ora di ritardo nell’attraversare il Brennero peserebbe fino a 370 milioni. Senza potere quantificare, oltretutto, i danni per la merce deperibile; se, per esempio, la frutta italiana per arrivare in Danimarca deve passare per tre Stati diversi.

Oltre ai costi diretti e immediati, ci sono quelli strutturali. Tornando a un’Europa pre-Schengen i prezzi dei beni importati potrebbero crescere del 3%. In quel caso, l’Italia perderebbe circa 150 miliardi, la Germania 235 e la Francia 244. Tra l’altro, noi dovremmo pagare di più l’energia che già importiamo a caro prezzo, le materie prime a cui diamo poi valore aggiunto con la nostra manifattura e molto altro. Inoltre, gli scambi commerciali calerebbero dal 10 al 20%, mandando in fumo lo 0,8% del pil continentale. Del resto, quando Schengen fu varato il Fondo monetario calcolò un beneficio per l’interscambio comunitario di 1-3 punti percentuali sul Pil.

Insomma, senza Schengen il conto lo pagherebbero le merci, i trasporti, l’industria, l’agricoltura. In definitiva i lavoratori. E potrebbe essere la mazzata finale su un sistema, quello della Comunità europea, che pur tra errori e ritardi, ci ha comunque garantito settant’anni di pace, prosperità e diritti civili. Prima della Ceca, antenato di Schengen, l’Europa era stato il continente dove più avevano marciato gli eserciti e parlato le armi. Sarebbe opportuno non tornare indietro. (twitter @ecisnetto)

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