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  • 20180701 - Il debito senza Draghi

La fine del bazooka

Il debito senza Draghi

Troppi debiti non solo italiani all'orizzonte una nuova crisi

di Enrico Cisnetto - 01 luglio 2018

Indebitata, ma in (cattiva) compagnia. L’Italia nel 2007, l’anno precedente all’esplosione della crisi finanziaria mondiale, aveva un debito pubblico di 1605 miliardi, pari al 99,8% del pil. Dieci anni prima il debito aveva un rapporto con la ricchezza prodotta del 113,8%. E sia prima che dopo il 2007 il debito-pil è sempre stato a tre cifre, con appunto l’unica eccezione di quell’anno. Anno nel quale, secondo l’IIF di Washington, il debito mondiale complessivo – Stati, famiglie, imprese, banche e compagnie di assicurazioni – era pari al 278% del pil mondiale. In quel momento la tenuta del sistema finanziario su scala planetaria cominciò a vacillare con la crisi dei mutui subprime americani (estate 2007), e nel 2008 con il crack della Lehman Brother’s venne giù il mondo. Alla fine dello scorso anno, un decennio dopo, il debito pubblico italiano è arrivato a 2.286 miliardi, cioè il 131,8% del pil. Nel solo 2017 è cresciuto di 36,59 miliardi, quindi ad un ritmo di 68.700 euro al minuto. In dieci anni l’incremento è stato del 42,4%. Attualmente (aprile 2018, ultimo dato certificato da Banca d’Italia) siamo a 2311 miliardi e faticherà a raggiungere il previsto rapporto con il pil del 130,8%, cioè un punto percentuale in meno dell’anno scorso, per il semplice motivo che la stima di una crescita economica di un punto e mezzo si rivelerà ottimistica perché, secondo quanto ci dice Confindustria, non andrà oltre l’1,3% avendo subito una frenata nel primo trimestre e avendo tutta l’aria di rallentare la crescita anche nella seconda parte dell’anno.

Ma, pur avendo il non invidiabile piazzamento di terzi al mondo per entità del debito in relazione al pil, non siamo soli. A livello mondiale il debito pubblico e privato ammontava a fine 2017 a 237 trilioni di dollari, pari al 318% del pil planetario. Dunque, in dieci anni sono esattamente 40 i punti percentuali in più di debito rispetto alla ricchezza, dovuti principalmente al fatto che la politica monetaria è stata largamente munifica proprio per rimediare alle conseguenze recessive della crisi di un decennio prima. Ora, però, se nel 2007-2008 è scoppiata la più crisi finanziaria mondiale dal 1929, a motivo della quale si è indicato l’eccesso di debito, soprattutto privato, che in quel momento si era accumulato, cosa può succedere oggi che quelle condizioni si sono aggravate, e pure di molto? Al di là degli inevitabili scongiuri – cui mi associo, sia chiaro – la domanda non è affatto peregrina. Soprattutto perché l’americana Fed, prima tra le grandi banche centrali del mondo, ha già abbandonato l’area di parcheggio dei “tassi a zero” per portarsi verso un progressivo, seppur graduale, incremento dei saggi d’interesse, ma le altre, Bce compresa, hanno già deciso di muoversi nella stessa direzione. La risposta alla domanda è duplice, e in nessuno dei due casi consolante: o il mondo fa in tempo a “regalarsi” (si fa per dire) una nuova crisi finanziaria per essersi attardato troppo a concedere denaro a costo zero che ha prodotto un nuovo eccesso di debito, oppure paga salato la “normalizzazione” della politica monetaria.

In entrambi i casi – tertium non datur – l’Italia, che non ha approfittato più di tanto della spinta alla crescita data dalla Bce, appare del tutto impreparata agli eventi. Che sia il caso di pensarci, tra una discussione e l’altra su come aumentare la spesa pubblica corrente? (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario