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Chi possiede il nostro debito pubblico?

Il mostro del debito

Spread alto, niente complotti a comandare è solo il mercato

di Enrico Cisnetto - 27 maggio 2018

Se lo spread a 215 punti desta una legittima e doverosa preoccupazione, meno comprensibile è che susciti stupore e del tutto inaccettabile che aizzi l’indebita e inutile litania del “complotto”. Perché non solo “è il mercato bellezza, e non possiamo farci niente”, ma perché più che quella dello spread, la verità che va tenuta d’occhio è che per sfamare il drago del debito pubblico dobbiamo emettere ogni anno 400 dei 2.300 miliardi di stock, il cui prezzo lo fa la legge della domanda e dell’offerta e che proprio sul mercato vanno collocati. Di fronte ad un crescente rischio politico e soprattutto alla minacciata ipotesi di non ripagare il dovuto, è fisiologico che gli acquirenti a fronte di un rischio più alto vogliano un rendimento più elevato. Legittime aspettative, altro che mercati maligni ed eterodiretti.

Anche perché, se andiamo a vedere nel dettaglio, circa un terzo del debito pubblico è in mani straniere. E se anche era il 50% prima del 2011, quel 32% estero ci obbliga a tener conto di chi ci guarda da fuori e ci giudica. Specie se partner europei, visto il primo investitore estero nel nostro debito è la Francia, con banche e assicurazioni che detengono oltre 250 miliardi di Btp, più del triplo degli 83,2 miliardi posseduti dai tedeschi, che rimangono comunque i secondi. Seguono poi le banche spagnole (44,6 miliardi), gli Usa (42,3), il Regno Unito (30), il Giappone (27,6). Per quanto riguarda i singoli soggetti, poi, si va da Deutsche Bank (12 miliardi) ad Allianz (25 miliardi) e Axa (22,5), fino al fondo BlackRock, che possiede 10 miliardi. Ed è proprio da questi operatori finanziari che arriva la spiegazione del perché il nostro decennale sia del 2,45%, mentre in Spagna, con il governo che è caduto, sia solo dell’1,4%. E Pimco, uno dei più grandi investitori mondiali in reddito fisso, spiega laconicamente la decisione, già di mesi fa, di ridurre la sua esposizione sul nostro debito: “un rendimento del 2% o anche meno, visti i rischi politici insiti, non vale la candela”.

A questo punto ci basta rifugiarci tra i detentori nazionali degli altri due terzi del debito? No, visto che il grosso – 624 miliardi, pari al 27,75% – è stato acquistato dalle banche italiane, nella cui categoria si conteggiano anche i fondi monetari. E non è un caso che proprio i titoli bancari abbiano sofferto più degli altri questa settimana a Piazza Affari. Fondi di investimento e assicurazioni sono poi in possesso di altri 455 miliardi, pari a circa il 20% del totale. A questo 48% di operatori di mercato nazionali è pensabile chiedere un comportamento diverso da quello dei loro colleghi stranieri? Certo che no. E se anche negli ultimi due anni è calata di 28,8 miliardi, la quota di debito pubblico in mano a famiglie e imprese è ancora di 120,2 miliardi, il 5,62 % del totale. Gli possiamo andare a dire che da domani i loro bond non saranno più denominati in euro ma in “nuove lire”?

A parte il caso di Banca d’Italia, che ha in portafoglio il restante 16,24% dei titoli sovrani (pari a 374 miliardi, cifra raddoppiata negli ultimi tre anni per effetto del piano straordinario di acquisti promosso dalla Bce), nella stragrande maggioranza si tratta di intermediari privati, imprese e persone fisiche cui non si può e non si deve chiedere di fare gli eroi o i patrioti. Altro che chi se ne frega dello spread. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario