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Industria e cambiamenti

La (vera) festa dei lavoratori

Sindacati e parti sociali, si deve cambiare disciplina del lavoro

di Enrico Cisnetto - 06 maggio 2018

Archiviata la festa del primo maggio e le solite polemiche, ora si può tornare a parlare concretamente di lavoro. Da una parte, infatti, tra i moniti arrivati a Roma dalla Commissione europea riguardanti la nostra economia c’è anche quello di un mercato del lavoro ancora troppo arretrato. Dall’altra, il “patto per la fabbrica” approvato due mesi fa – che codifica le ultime cose fatte e riafferma il primato delle parti sociali – ha creato una buona piattaforma, ma molto altro resta da fare sul fronte delle relazioni industriali: l’industria e i suoi processi sono cambiati, si sta affermando il lavoro 4.0, la gig-economy, lo smart working e nuove forme di professionalità di cui ancora fatichiamo a conoscere i profili. Senza dimenticare che, dopo la struttura economica, sta cambiando anche la relativa sovrastruttura sociale.

Gli ultimi dati Istat sul lavoro, per esempio, devono essere letti in controluce. A marzo si sono registrati 62 mila occupati in più rispetto a febbraio, con il tasso di occupazione che salendo al 58,3% ci riporta ai livelli del novembre 2008, pur restando 10 punti sotto alla media europea. Tuttavia, questo trend deve essere associato ad altri due dati: se da un lato resta pressoché invariato il tasso di disoccupazione (11%), anche perché ci sono 19 mila persone in più che cercano lavoro, dall’altro il maggior numero di occupati è effetto soprattutto della spinta degli autonomi (+56 mila). In sostanza, diminuiscono gli inattivi (104 mila in meno), cioè i rassegnati che un’attività nemmeno la cercano più, mentre aumenta il numero di chi per trovare un impiego s’iscrive alle liste di collocamento. E se non lo trova se lo inventa.

In pratica, cambiando la struttura economica cambiano anche le professioni. Bisogna leggere anche con questa lente le vertenze che riguardano i lavoratori delle piattaforme telematiche, come quelle di Foodora a Torino e di Amazon di Piacenza. Negli anni della digitalizzazione post crisi, nascono fattispecie professionali totalmente nuove, dai profili ibridi, a metà tra l’autonomo e il subordinato. Se i sindacati non smettono di fare politica e le parti sociali non scendono nel concreto, in maniera deideologizzata e senza strumentalizzazioni politiche, la nuova disciplina del lavoro sarà sempre in ritardo.

Attenzione, la missione non è impossibile. Solo per fare un esempio, in questa settimana nel quartier generale della GD Coesia – azienda bolognese della meccanica con 1,6 miliardi di fatturato, numero uno al mondo nel packaging di sigarette – è partito il nuovo contratto che prevede l’orario flessibile di lavoro fai-da-te, in base ad un accordo pilota che ha spaccato i sindacati. Si responsabilizzano gli impiegati che, pur senza un aumento di retribuzione, guadagnano tempo “liberato” dal lavoro. Ma anche sotto il profilo salariale ci sono novità, come quella introdotta da Lidl, che non appartiene a nessuna organizzazione imprenditoriale. Per i suoi 14 mila dipendenti c’è un nuovo contratto collettivo integrativo a suo modo storico nella grande distribuzione, perché riconosce al sindacato il ruolo di autorità salariale con gli effetti che potrebbero dispiegarsi su altri colossi della grande distribuzione. Aprendo prospettive di speranza per i lavoratori. Quelli che avranno fatto festa lontano dal concerto del primo maggio organizzato dai sindacati. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario