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Economia e mercati

Il sentiero stretto del debito

Bisogna stimolare la crescita economica per abbattere il mostro del debito pubblico

di Enrico Cisnetto - 15 aprile 2018

Solo nell’ultima settimana il Tesoro ha piazzato sul mercato più di 15 miliardi di titoli di Stato, circa l’1% del pil, senza particolari difficoltà e con tassi di interesse decisamente bassi. Segno che, pur in assenza di un governo con la pienezza dei poteri, la gestione del terzo debito pubblico più grande del mondo, per adesso scorre senza intoppi. Quello che non possiamo permetterci, però, è che lo stallo politico si prolunghi, così come che strampalate iniziative di carattere giudiziario o, peggio, giudiziario-amministrativo, come il processo intentato dalla Corte dei Conti sulla gestione dei derivati da parte del Tesoro, mettano a rischio quanto di più delicato ci sia in Italia, cioè il rifinanziamento di un fardello da oltre 2.300 miliardi, che pesa per circa 38 mila euro a testa su ogni italiano, neonati inclusi.

Con un debito di tale entità è difficile essere “credibili”, cioè dimostrarsi in grado di onorare i creditori e rispettare le scadenze. Eppure, da una parte, in dieci anni le banche italiane hanno aumentato del 202% (532 miliardi) il loro investimento in Btp e, dall’altra, i tassi di interesse a cui viene rifinanziato il debito sono molto interessanti. Ultimamente, infatti, il mercato ha comprato 4 miliardi di Btp annuali addirittura con un rendimento negativo dello 0,4%, cioè sostanzialmente in perdita, e sono stati piazzati 2,5 miliardi di bond a 7 anni all’1,27%, altri 1,2 miliardi di titoli ventennali al 2,6% e infine 1,4 miliardi di bond a 30 anni al 2,88%. Purtroppo, però, questa condizione di tassi così bassi non durerà a lungo, visto che Draghi ha cominciato a ridurre il QE, a preannunciando la fine della politica monetaria espansiva.

In ogni caso, entro l’anno lo Stato deve vendere altri 450 miliardi di titoli in scadenza. E per sfruttare l’attuale situazione di tassi bassi è stata lanciata l’ipotesi di una “maxi-cedola” sui Btp di nuova emissione. In pratica, si potrebbero garantire dei rendimenti superiori a quelli attuali di mercato, che andrebbero a pesare sul deficit, a fronte di un minore valore delle nuove emissioni, che di conseguenza ridurrebbero il debito nominale. Ora, la scelta è complicata, non solo perché la politica guarda al deficit mentre i mercati al debito, ma perché il rapporto debito-pil (131,8% nel 2017) si può ridurre davvero solo con una maggiore crescita nominale (comprensiva di inflazione) o con un’operazione straordinaria sul patrimonio immobiliare pubblico. Soprattutto, è importante non far saltare l’ottimale gestione del debito avvenuta fino a qui. Basti pensare che, pur essendo cresciuto del 76% in 15 anni (passando dai 1.302 miliardi del 2000 ai 2.286,5 attuali), il costo del suo mantenimento è sempre rimasto stabile tra 60 e 85 miliardi l’anno. Non a caso, anche nel 2018 la spesa per interessi non dovrebbe superare i 70 miliardi, nonostante il debito sia aumentato di 116 miliardi negli ultimi due anni.

Ora, Bruxelles ci richiama al rispetto della regola del debito e potrebbe essere molto pericoloso abbandonare il “sentiero stretto” che abbiamo intrapreso. Per esempio, se si dovessero inventare soluzioni “fantasiose” per aggirare i vincoli di finanza pubblica, o se il vento populista dovesse innescare un cortocircuito mediatico-giudiziario sulla gestione del debito, che invece fin qui è stata provvidenziale, sarebbero guai seri. Più di quanto non s’immagini. (twitter @ecisnetto)

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