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Tra Trump e la Cina

L'Europa nella guerra dei dazi

Nella guerra commerciale in corso l'Europa deve parlare con una sola voce

di Enrico Cisnetto - 08 aprile 2018

I crescenti venti di una guerra commerciale su scala mondiale – Trump sta considerando ulteriori dazi da 100 miliardi di dollari nei confronti della Cina – finora hanno solo sfiorato l’Europa, per fortuna. Ma la possibilità che si trasformino in una rovinosa tempesta anche per il Vecchio Continente è alta, e di fronte a questo pericolo per la Ue non c’è altra salvezza che restare unita, evitando di fare la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro.

“The Donald” è personaggio ambiguo, ma non stupido. Come nel suo passato da imprenditore, così da presidente sembra ripetere sempre lo stesso schema: attaccare all’arma bianca per poi arrivare a negoziare da posizioni di forza. È successo con la Corea del Nord, passando da minacce di guerra nucleare basate su chi avesse “il bottone più grosso” all’annuncio di un possibile incontro con Kim Jong-un. Altrettanto sta avvenendo con la Cina. Dopo aver pubblicato una lista di 1.333 prodotti cinesi sui cui applicare un prelievo del 25% – e la risposta di Pechino di una medesima tariffa su 106 beni made in Usa – giovedì Trump ha parlato di una “relazione fantastica” e concesso almeno due mesi per un accordo. Ora, se l’obiettivo della Casa Bianca è ridurre il disavanzo della bilancia dei pagamenti – a febbraio 57,6 miliardi di dollari, il massimo dall’ottobre 2008 – bisogna considerare che se nel primo bimestre dell’anno il deficit verso la Cina è stato di 70,2 miliardi, verso l’Europa è stato “ solo”di 30,3 miliardi, in crescita dai 25,5 del 2017. Segno che probabilmente il prossimo bersaglio saremo noi, tanto che in settimana proprio Trump ha detto che “l’Europa non vuole i nostri prodotti”.

In ballo ci sono 800 miliardi di dollari. Per adesso Bruxelles assiste preoccupata, appellandosi ai principi di reciprocità del WTO, ma deve evitare che il primo maggio finisca l’esenzione dai dazi su acciaio e alluminio. Intanto, anche in vista degli incontri di fine aprile di Trump con Macron e Merkel, l’Europa potrebbe aprire al made in Usa e raccogliere il rilancio di Washington sul Trattato Transatlantico su Commercio e Investimenti (TTIP), magari in versione light. Ovviamente, lo può e deve fare con una voce sola, anche perché in una lotta tra simili giganti non c’è scampo per i singoli Stati europei. Solo per fare un esempio, in Germania, che è paese esportatore, il DAX – l’indice di Borsa che raccoglie le multinazionali che più dipendono dall’export – da gennaio ha perso l’11%. E peggio potrebbe andare all’Italia, perché le nostre produzioni potrebbero accusare il colpo di nuovi dazi sia sui prodotti finiti, sia sui semilavorati che vanno Oltreoceano in un secondo momento (gli Stati Uniti sono il nostro terzo mercato di destinazione). Si parla di prodotti agroalimentari, del lusso, abbigliamento e molto altro.

In questo quadro così preoccupante, sarebbe opportuno che i sovranisti non dimenticassero che durante la recessione il nostro export ha comunque galoppato, ma soprattutto che l’oscillazione tra euro e dollaro (-6,5% negli ultimi cinque anni e -13% dal picco del 2014) è di regola inferiore ad una qualunque barriera tariffaria (quelle Usa imposte alla Cina sono del 25% sull’acciaio, del 30% sui pannelli solari e del 20% sulle lavatrici). È evidente che una simile sfida la può reggere solo l’Europa unita, con buona pace di chi la disprezza. (twitter @ecisnetto)

 

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