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Previdenza e conti pubblici

Le pensioni e i vincoli UE

Capitalizzare le pensioni senza abolire la Legge Fornero

di Enrico Cisnetto - 18 marzo 2018

La nuova legislatura parte questa settimana ma non sapremo se, quando e come avremo un nuovo governo. Nel caso, tra le difficili convergenze che sarà necessario trovare tra le forze politiche, quella sulle pensioni rischia di rivelarsi la più complicata. E non solo perché c’è chi spinge per una tanto costosa quanto ideologica cancellazione della legge Fornero, ma perché l’Europa, diffidente circa le nostre virtù nella gestione dei conti pubblici, potrebbe indurci a introdurre formule che rendano sostenibile nel lungo periodo il nostro sistema previdenziale, cominciando col dare maggiore spazio alla “capitalizzazione”.

Bisogna spiegarsi. In Italia vige un sistema “a ripartizione”, per cui i contributi che versano i lavoratori attivi servono a pagare le rate previdenziali di chi è già in pensione. È un meccanismo introdotto nel 1969 con la riforma Brodolini, quando esistevano quattro lavoratori attivi per ogni pensionato, per cui era sufficiente un’aliquota del 25% per pagare una pensione corrispondente al 100% del salario a quell’unico lavoratore in quiescenza. Oggi il contesto, sia demografico che economico, è ben diverso, perché ad ogni pensionato corrispondono solo tre persone in età da lavoro, di cui però è effettivamente occupato poco più della metà. E, infatti, si sono ridotti gli assegni previdenziali, mentre l’aliquota contributiva media è salita al 33%. E tra vent’anni andrà ancora peggio, perché il rapporto sarà di due in età da lavoro per ogni retired, con un equilibrio che potrà essere trovato solo tra il 50% di contributi versati oggi e il 50% della pensione incassata domani. E se a questi fenomeni strutturali aggiungiamo l’elevata disoccupazione e i lavori intermittenti, è evidente che il sistema a ripartizione renderà insostenibile la spesa pensionistica, già di suo pari ad un terzo delle uscite pubbliche e al 15% del pil.

Esiste però il sistema a capitalizzazione, dove parte dello stipendio viene accantonata in un fondo che, crescendo negli anni, sarà la futura pensione. È un meccanismo che sfrutta le leve della finanza e degli investimenti – in Italia ci sta provando solo Arpinge, ma in molti paesi è una consuetudine, tanto che per esempio il ricco fondo norvegese ha partecipazioni in 127 aziende italiane – mettendo a reddito parte della retribuzione di milioni di lavoratori che così, oltre a garantire il proprio futuro e a rendersi responsabili di esso, partecipano alla crescita dell’economia. In un sistema a ripartizione, invece, i contributi versati non hanno rendimento, e le pensioni crescono solo se cresce l’economia. E siccome siamo un paese vecchio e che invecchia, con un tasso di sviluppo che difficilmente supera il 2% (ad essere ottimisti), è evidente che cambiare sistema, oltre che un’opzione, potrebbe essere un obbligo.

Certo, questo richiede diversi anni e un impegno finanziario imponente, ma certo più utile di quello da centinaia di miliardi necessario per abolire la legge Fornero. Tra l’altro, proprio in quella legge si è introdotto il principio dell’opting out, cioè la possibilità di destinare alla previdenza complementare, e quindi alla “capitalizzazione”, una parte (l’8%) della contribuzione obbligatoria. La misura è rimasta inattuata. Tornare a parlarne sarebbe un piccolo grande passo per la sostenibilità del sistema previdenziale. E anche per la vita della nascente legislatura. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.