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Dalle parole ai fatti

Il debito dopo le urne

Le false promesse elettorali e la via per tagliare il debito

di Enrico Cisnetto - 25 febbraio 2018

Sarà pure stato inopportuno e intempestivo, ma in fondo il presidente della Commissione europea ha detto una banale verità. La preoccupazione espressa da Jean-Claude Juncker per l’Italia del dopo elezioni, infatti, è legittima non solo per un’economia che fatica a tenere il passo della media Ue nonostante che nel 2107 sia cresciuta quasi dell’1,6%, ma anche perché i conti pubblici sono sempre in bilico e, oltretutto, non si vedono ricette di valenza strategica all’orizzonte. D’altra parte, se anche Juncker non avesse aperto bocca, da settimane parlano i mercati: con lo spread a 141 punti sui bund tedeschi decennali, abbiamo quasi raddoppiato la Spagna (85 punti) e superato la Repubblica Ceca (124) e persino il Portogallo (138), secondi solo dopo il Belgio (295).

Insomma, più che cercare di attribuirsi meriti che sono principalmente dovuti a fattori esogeni e congiunturali, bisognerebbe preoccuparsi di quanto già fatto trapelare da Bruxelles mesi addietro e quanto certificato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. E cioè che già in primavera si rischia di dover intervenire con una manovra correttiva per un taglio del deficit di almeno 3 decimali. Non solo. Dopo la flessibilità pari a 30 miliardi che Bruxelles ci ha concesso in questi anni – e sui cui “non sembrano esistere margini per concessioni ulteriori” – dal 2019 l’unico strumento per ridurre il debito come ci siamo formalmente impegnati a fare, saranno le clausole di salvaguardia, pari ad un aumento dell’Iva per 12,5 miliardi nel 2019 e di 19,2 miliardi nel 2020. Purtroppo trovare coperture alternative è diventato “particolarmente arduo” (Upb dixit), ma la scelta dovrà arrivare già nel Def di aprile, e chissà che esecutivo ci sarà.

Ecco, una volta che i libri dei sogni aperti in questa campagna elettorale saranno finiti nel cestino, bisognerà tornare a fare i conti con la realtà. Il riordino degli sgravi fiscali, a cui pensano più o meno tutti i partiti, è impraticabile. Intervenire sulle pensioni metterebbe a rischio la loro sostenibilità. La spending review si è rivelata uno slogan, mentre la lotta all’evasione potrebbe aver già fatto il pieno con le due rottamazioni e le varie “voluntary disclosure”. Insomma, le cartucce sembrano finite, mentre un ulteriore aumento del debito “non è più praticabile”, come ha sentenziato la Corte dei Conti. Anche perché la sola spesa per interessi ci costa il 4% del pil. E, di questo passo, è praticamente impossibile invertire la rotta a colpi di avanzi primari.

Allora, perché non proporre un’operazione straordinaria in cui conferire parte del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato ad una società che possa emettere bond, il cui ricavato vada a tagliare il debito? Tra l’altro, così si potrebbe chiedere come contropartita un corposo sforamento sul deficit, da spendere in investimenti in conto capitale. Inoltre, o quantomeno oppure, c’è da mettere mano all’inefficiente e costoso decentramento amministrativo. Ma sul serio. Perché, per esempio, le province, date per abolite, sono talmente vive che è in arrivo una nuova tassa con il consenso di tutti i gruppi. Dunque, perché non ragionare sulla riduzione del numero delle regioni o, in alternativa, sull’abolizione tout-court delle regioni, creando snelle macro-provincie? Qui bisogna cominciare a pensare al dopo. Seriamente. (twitter @ecisnetto)

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