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Londra e l'Unione

Revocare la Brexit

Il rebus Brexit da sciogliere per ridare sprint all'Unione

di Enrico Cisnetto - 21 gennaio 2018

Il 2018 è l’anno di tempo che inglesi ed europei hanno davanti per fermare Brexit. Con possibilità concrete, visto che in autunno il parlamento britannico dovrà ratificare l’eventuale accordo finale di “divorzio” e di creazione di “futuri rapporti” tra Regno Unito e Ue, la cui vera negoziazione (difficile) con Bruxelles inizia ora. E non è escluso che alla fine arrivi un secondo referendum, che potrebbe ribaltare il risultato del 2016, quando il 51,9% votò a favore del leave. Ma occorre arrivarci, nell’interesse di tutti. Con grande pragmatismo. D’altra parte, quello tra Londra e l’Europa non è mai stato un matrimonio d’amore, mentre a ben pensarci le ragioni di interesse, prosaiche quanto si vuole, sono tuttora vive e vegete per entrambi gli sposi. Non è un caso, per esempio, che Francia e Gran Bretagna abbiano chiuso in questi giorni un accordo in materia militare, immigrazione e sostegno ai paesi in via di sviluppo. Segno che la cooperazione è, ancora, quanto mai necessaria. E non è casuale che Macron abbia contestualmente aperto ad ogni possibile mossa affinché Londra resti nell’Unione e che, nel frattempo la premier Theresa May punti ad un periodo di transizione che duri almeno fino al 2021 e che, oltretutto, non si sia voluta pronunciare su un cosa voterebbe ad una seconda consultazione.

L’ipotesi di un secondo referendum proviene proprio dai più accesi euroscettici, a cominciare da Nigel Farage, che per evitare una “falsa” Brexit potrebbero fornire l’occasione ai britannici per l’inversione di marcia. Il tema è che il processo di uscita si chiuderebbe solo formalmente il 29 marzo 2019, ma nella realtà bisogna ancora stabilire se i rapporti successivi debbano essere sul modello di quelli con il Canada (un accordo commerciale che ha richiesto sette anni di negoziati…), di quello con la Norvegia o con un divorzio totale. Da ciò dipendono “dettagli” (rilevanti) come la definizione dello scottante confine irlandese, che dopo trent’anni di guerra civile è ora di tipo “aperto”. Ma anche l’entità del fio che Londra dovrebbe pagare per l’uscita (fino a 50 miliardi di euro) o che versa annualmente all’Unione (12-13 miliardi l’anno), così come lo status dei milioni di cittadini comunitari che vivono nell’isola, i dazi e le tasse su prodotti materiali e immateriali (per Bankitalia potrebbero arrivare al 5%) e il ruolo della City, che da piazza finanziaria integrata (la London Stock Exchange è proprietaria di piazza Affari) potrebbe divenire una sorta di “grande Cipro”.

Tutto questo deve essere definito in questo 2018 di negoziati. Difficile prevederne sia lo svolgimento che l’esito. Certo però che, con Macron all’Eliseo, un accordo di governo su una piattaforma europeista a Berlino e proposte di riforma serie dell’Unione a Bruxelles, i britannici potrebbero trovare il coraggio di tornare sui loro passi. Dopotutto, una democrazia che non può cambiare idea, non è una democrazia. Ma una cosa è indispensabile: che l’Europa eviti il fatalismo. Il discorso non è chiuso. Anzi, bisogna offrire tutte le sponde possibili per il dietrofront. E non solo per i costi o perché oltre alla sua lingua ufficiale l’Unione perderebbe il 12% degli abitanti e il 15% della potenza economica, ma perché nelle agitate acque della nuova geopolitica, Londra è un alleato dal valore inestimabile. C’è un anno di tempo per rimettere insieme i cocci. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.