ultimora
Public Policy

Tasse d'oltreoceano

Il fisco di Trump

Riforma fiscale, all'Europa serve il coraggio del Presidente Usa

di Enrico Cisnetto - 23 dicembre 2018

Ciò che accade negli Stati Uniti si ripercuote sempre sul mondo intero e dopo l’approvazione della riforma fiscale di Trump, l’Europa non può restare a guardare. E se è impossibile procedere con le stesse misure, bisognerebbe quantomeno avere lo stesso coraggio. Quella americana, infatti, è una svolta radicale, visto che le imposte sugli utili d’impresa scenderanno dal 35 % al 21%. Per avere un paragone, in Italia sono mediamente più del triplo (al 64% calcola il Centro Studi ImpresaLavoro). E se a livello individuale le aliquote verranno ridotte nei loro valori medi “solo” dal 39,6% al 37%, Washington ha eliminato la “alternative minimum tax” che erode crediti per ricerca e sviluppo. Inoltre, per il rientro dei profitti accumulati all’estero che si stimano in tremila miliardi, le società americane pagheranno un’una tantum al 15,5% per il contante e all’8% per le altre attività non liquide. Ovvio che con questi vantaggi tributari sia sul rimpatrio che sui futuri profitti le aziende avranno tutto l’interesse a trasferirsi negli Stati Uniti, portandosi dietro tecnologie e ricchezza. E, infatti, alcune grandi imprese americane hanno già risposto prevedendo robusti piani di investimento (tra gli altri, 50 miliardi in 5 anni per Comcast, 1 miliardo per il colosso delle telecomunicazioni AT&T) e cospicui bonus ai dipendenti (100 milioni di dollari da parte di Comcast, 300 milioni per la Boeing, 400 milioni di Wells Fargo). Al di là degli esempi, è evidente che l’ambizione di Trump è promuovere la crescita delle corporation, sperando che i benefici ricadano poi su salari e occupazione.

Ora, tralasciando i giudizi politici su una misura che va a beneficio delle classi più agiate e che aumenterebbe le diseguaglianze sociali, è indubbio che una tale riforma pone pesanti questioni di sostenibilità finanziaria. Ecco, un’operazione che provoca un forte aumento di deficit e debito pubblico sarebbe impensabile in Europa, dove i margini di bilancio sono assai più stretti. Tuttavia, fu l’allora vicedirettore della Banca d’Italia, Pierluigi Ciocca, a evidenziare ormai vent’anni fa, quanto le aziende della Vecchia Europa (con una pressione fiscale intorno al 45% del pil) sarebbero state svantaggiate nella competizione con quelle statunitensi (tasse al 30%) ed asiatiche (al 15%). Un gap destinato ad aumentare con la riforma Usa, che dunque pone una sfida enorme alle aziende europee, di fatto invitandole a stabilirsi oltreoceano se non vogliono più soffrire di svantaggi competitivi.

I ministri dell’Economia di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia hanno minacciato di ricorrere al WTO, che però sul tema nulla può fare. Tuttavia, una risposta deve essere data. E se solo la Germania dispone di un avanzo di bilancio (1% del pil) tale da permettersi un taglio delle imposte sui profitti, l’Europa ha l’obbligo di attrezzarsi nel suo complesso.

Nelle proposte di riforma dell’Unione che dovrebbero essere esaminate in primavera, dopo la formazione di un governo a Berlino, non si può prescindere dal perseguire l’unione fiscale. Cosa complicata, anche perché è indispensabile preventivamente realizzare una piattaforma per la condivisione dei debiti, ma ineludibile, se si vuole evitare che continui la concorrenza al ribasso sulle aliquote e che si emanino web-taxes che senza una applicazione europea restano inefficaci. Coraggio. (twitter @ecisnetto)

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario