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Energia e contestazione

L'assurda battaglia contro la TAP

Con populismo e demagogia si resta al buio e al freddo

di Enrico Cisnetto - 17 dicembre 2017

È bastato un incidente su una pipeline in Austria e subito si è levato il coro allarmista sui pericoli dei gasdotti e contro ogni nuova infrastruttura energetica. Solo qualcuno, tra cui il ministro Calenda, ha invece evidenziato la fragilità del nostro sistema di approvvigionamento, vista l’impossibilità – per il combinato disposto tra ricorsi e controricorsi giudiziari da parte della politica locale, il khomeinismo ambientalista e i più diversi populismi semplificatori – di portare a compimento qualunque opera.

Il gasdotto vittima dell’incidente (TAG) proviene dalla Russia e fornisce il 40% del nostro fabbisogno, che tocca il 66% nei momenti di picco. Nel giorno dell’incidente abbiamo attinto per 150.000 milioni di metri cubi dalle nostre riserve strategiche. Scorte che, tuttavia, non coprono più di 5-6 giorni, tanto che già durante la crisi ucraina andammo in sofferenza. E solo l’8% del gas che consumiamo è nostrano, mentre il 92% è importato, di cui il 45% dalla Russia. Questo dice quanto siamo esposti. Un’alternativa, però, ci sarebbe: il TAP (Trans Adriatic Pipeline), un gasdotto in grado di trasportare fino a 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Arzerbaigian fino al Sud Italia e che potrebbe accrescere ma soprattutto diversificare il nostro approvvigionamento. Un progetto di 878 chilometri che, però, ha difficoltà ad andare avanti solo per gli otto chilometri – dicesi otto – che sono previsti in Italia. Un’assurdità, tanto più se consideriamo che questi rappresentano lo 0,06% dei 13 mila chilometri di gasdotti che già esistono nel nostro Paese. E, un’assurdità, perché nonostante gli indennizzi, le royalties e la ricchezza che andrebbe a creare sul territorio, ci si lamenta dell’espianto temporaneo (temporaneo!) di 211 ulivi o di un tubo di un metro e mezzo che si interra a decine di metri di profondità a 800 metri dalla costa per uscirne 700 metri dopo senza nessun impatto per la spiaggia. Insomma, più del pericolo incidenti – assenti dal 1970 al 2011 per le pipeline con spessore superiore ai 25 millimetri, e il tubo del TAP raggiunge i 26,8 – dovremmo preoccuparci del fatto che paghiamo l’energia più dei nostri omologhi europei e che dipendiamo da paesi politicamente instabili.

Certo, è fondamentale puntare alla decarbonizzazione e sviluppare le rinnovabili, come ambiziosamente prevede la Strategia energetica nazionale (SEN) appena approvata, che fissa al 2030 il target di rinnovabili al 28% nei consumi totali e al 55% nei consumi elettrici, con uno sconto di 8-9 miliardi sui 50-55 previsti per l’import di energia nel 2030. Ma, per fare questo, servono robusti investimenti su reti e infrastrutture che la SEN cerca giustamente di tutelare dai veti che le amministrazioni locali pongono alle nuove opere. Come avviene, guarda caso, sulla TAP.

Intanto, in attesa del pieno sviluppo delle rinnovabili – c’è da affrontare il problema dell’accumulo, per esempio – per produrre elettricità il gas è una fonte assai più ecologica del carbone. E questa è la ragione per cui Calenda fa bene a sostenere a spada tratta la realizzazione della TAP. Non è un supereroe, ma semplicemente uno che entra nel merito delle cose ed evita di fare demagogia. Perché se è difficile negare che l’energia sia necessaria, ne consegue che bloccare le nuove opere è puro autolesionismo. Col populismo si può rimanere al freddo e al buio. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario