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Flessibilità ed elezioni

Il lavoro prima del voto

Il mondo del lavoro è ormai cambiato, non si prendono voti guardando al passato

di Enrico Cisnetto - 03 dicembre 2017

Più che ad una battaglia di retroguardia, c’è il rischio che in questa già arroventata campagna elettorale si assista ad un dibattito surreale, con oggetto qualcosa che non c’è più. Il mercato del lavoro, infatti, non è solo profondamente cambiato rispetto all’economia fordista, ma si sta completamente rivoluzionando con le ultime innovazioni tecnologiche, gli algoritmi che regolano i processi produttivi, la manifattura 4.0, la gig-economy, e l’economia digitale nel suo complesso. In tale contesto, l’abolizione dei voucher, come la reintroduzione dell’articolo 18 o la sua estensione alle piccole imprese, più che essere delle svolte conservatrici, rappresentano retaggi di una ideologia slegata dalla realtà.

Non è caduto solo “il mito del posto fisso”, si va disgregando anche il tradizionale concetto di lavoro. Voluta o coatta, la mobilità è la principale caratteristica del mercato del lavoro del 2017. Basta guardare ai dati. Non solo il 90% dei nuovi assunti nell’ultimo anno è a tempo determinato, ma dal 2008 i lavoratori a tempo pieno sono diminuiti di un milione, mentre quelli a tempo parziale sono cresciuti di 789 mila unità. Così, se pure il numero di occupati è tornato a livelli pre-crisi (per l’Istat è occupato anche chi lavora una sola ora a settimana), la realtà è composta di lavori part-time, a intermittenza, a chiamata, stagionali, a contratto e così via, tanto che le ore lavorate sono ancora il 5,9% in meno del 2008, mentre il tasso di disoccupazione è quasi il doppio (11,1% contro il 6,6%).

Ora, se in questo contesto di forza lavoro cresciuta ma obbligata alla flessibilità, e in parte insoddisfatta, si reintroducono elementi di rigidità, diventa impossibile recuperare il terreno perduto, sia sul fronte occupazionale come sul piano della produttività e su quello salariale (definito “troppo basso” da Bce e Fmi). Invece, è necessario adeguarsi ai nuovi processi produttivi, mettersi in testa che non si può più difendere il posto di lavoro, ma tutelare il lavoratore. Il presente delle relazioni industriali, infatti, da una parte si gioca in un contesto di piattaforme digitali multinazionali (Amazon, Uber, Foodora), dall’altra di lavori individuali, occasionali, ma anche “nuovi” perché non più legati al posto e al timbro del cartellino (e da qui lo smart working, lavoro agile). Poi, nel futuro ci sarà la totale automazione dei processi produttivi, con circa la metà degli occupati che dovrà cambiare mansione per effetto dei mutamenti tecnologici.

Oltretutto, mentre qualcuno vorrebbe tornare indietro, anche il presente già si è fatto vecchio, tanto che dal concetto di flexisecurity è bene passare a quello di “mercati transizionali del lavoro”, dove il posto di lavoro viene sostituito dallo status occupazionale, con l’individuo al centro di molteplici ed eterogenee transizioni (e transazioni) professionali. Così, di fronte alla rumorosa battaglia – che poteva addirittura essere referendaria – sui voucher o alla bandierina dell’articolo 18, è preoccupante il silenzio della politica sulla necessità di politiche attive, di orientamento nelle scuole e nelle università, di uffici di placement efficienti, di formazione continua (“lifelong learning”), di contrattazione decentrata e partecipazione dei lavoratori all’impresa. Che errore credere che per prendere voti oggi si debba guardare al passato e non al futuro. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario