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  • 20171112 - I postumi dell'ubriacatura federalista

Fisco e autonomie

I postumi del federalismo

Serve un radicale ripensamento della struttura del nostro decentramento

di Enrico Cisnetto - 12 novembre 2017

L’ubriacatura federalista italiana è finita, anche se i postumi continuiamo a pagarli con le nostre tasse. Il problema è che, invece di una buona terapia di recupero, stiamo perseverando con un sistema di autonomie inefficiente, disorganizzato e spendaccione. E mentre lo Stato, e quindi i cittadini, versano soldi per ripianare i debiti, gli enti locali ne creano di ulteriori, mentre le riforme del decentramento sono cronicamente ferme al palo.

Per esempio, si era partiti lancia in resta per abolire le Province, ma ora si sta tornando indietro: conservano competenze per la manutenzione di 130 mila chilometri di strade e 5100 edifici scolastici, oltre ai centri per l’impiego e qualcosa su caccia e agricoltura. La legge Delrio le aveva trasformate in “aree vaste” con vertici non elettivi (eliminando 4mila consiglieri) e trasferendo 16 mila dei 40 mila dipendenti altrove. In seguito al fallimento della riforma del Titolo V, però, va finanziata la gestione di quello che è rimasto (380 milioni per il 2018).

Ma in Italia, si sa, nulla è più definitivo del provvisorio. E il rischio è che in assenza di un chiaro equilibro istituzionale si debba continuare a salvare gli enti locali con la fiscalità pubblica. Come per esempio già avviene con Napoli, che è ad un passo dal default finanziario e che, oltretutto, si trova in una “strutturale incapacità di riscossione”, visto che nel 2016 si è recuperato solo l’1,75% delle entrate messe a bilancio. O Roma, il cui dissesto è aggravato sia dal fatto che lo scorso anno solo un quarto delle multe sono state pagate, sia dai crediti verso Atac, che probabilmente non verranno mai riscossi. E lo stesso vale per Torino, Palermo, Messina e molte altre città, dove l’incapacità di riscossione è una costante che in media si ferma al 35,1% per le multe e al 73% per tariffe e canoni. E poiché ai sindaci si è imposto di cancellare dai bilanci gli arretrati ormai inesigibili, ci si è ritrovati con un buco che la Corte dei Conti calcola in 29,3 miliardi. In tale contesto, non stupisce che negli ultimi cinque anni diverse città abbiano sbagliato il calcolo della Tari, raddoppiando quanto richiesto, come ha rivelato il sottosegretario Baretta.   

Ma anche le Regioni non se la passano bene. E inevitabilmente per evitare di aggravare la loro esposizione finanziaria e il possibile crack delle società partecipate, la strada è sempre quella dei finanziamenti pubblici. E anche in questo caso la legge di Bilancio corre in soccorso. Su proposta del Pd, il DL Fisco prevede che la Sardegna possa ripianare i debiti sanitari con i Fondi di Sviluppo e Coesione, che dovrebbero servire ad altro. L’Anci, di fronte al blocco degli aumenti dei tributi locali per il terzo anno consecutivo, chiede maggiori finanziamenti statali. E c’è stato perfino qualcuno, giustamente stoppato dal governo, che ha proposto di tassare fino a due euro ogni passeggero di nave o aereo pur di trovare qualche soldo per le “città metropolitane”. Ma ogni nuovo prelievo o trasferimento non fa altro che rinviare la soluzione dei problemi. Che richiede un radicale ripensamento della struttura del nostro decentramento, all’insegna della semplificazione e razionalizzazione.

Non esistono due federalismi, uno infrastatale e uno sovrastatale, diceva Kelsen. Ed è l’Europa federale, che unisca ciò che è diviso, quello buono a cui dobbiamo guardare. (twitter @ecisnetto). 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario