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  • 20171022 - Più Iva, più sviluppo

Le scelte (mancate) della finanziaria

Più Iva, più sviluppo

Sterilizzare l'aumento dell'Iva è il vero scopo della manovra. Ma così l'economia resta convalescente.

di Enrico Cisnetto - 22 ottobre 2017

Ogni manovra che entra in Parlamento è sempre diversa da quella che ne esce, ma già sappiamo che quasi tutte le risorse della prossima legge di Bilancio saranno destinate ad evitare l’aumento dell’Iva. E c’è da chiedersi se, in un momento di ripresa che va assolutamente sostenuta, con cuneo fiscale elevato e investimenti al lumicino, sia davvero la giusta priorità.

Per evitare di alzare le aliquote che scatterebbero nel 2018 per il mancato raggiungimento degli obiettivi di risanamento delle finanze pubbliche, il conto totale era di 19 miliardi. Tre sono arrivati con la “manovrina” di primavera, uno con il decreto fiscale, mentre i restanti 15 rappresentano il 75% della manovra attualmente in discussione. E comunque il problema sarebbe solo rimandato, perché bisognerebbe trovare altri 19 miliardi sia per il 2019 che per il 2020. Ora, facendo finta che le altre misure della legge di Bilancio siano tutte indispensabili e inderogabili – e non è così – è evidente che si tratta di più di 20 miliardi ogni anno: meno di quanto è servito per finanziare gli sgravi sulle nuove assunzioni, cioè le risorse che hanno generato la nuova occupazione di questi anni. Ora, si può discutere su quali siano le priorità – io credo che il rilancio degli investimenti pubblici in conto capitale, che hanno un effetto moltiplicatore, sia la numero uno – ma in questa manovra solo un euro su cinque è destinato allo sviluppo. Troppo poco per sostenere un’economia che è ancora convalescente.

Certo, non sarebbe facile approvare un aumento dell’Iva a pochi mesi dalle elezioni, ma non è grazie alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che gli italiani correranno in massa alle urne. Invece, una misura coraggiosa potrebbe restituire credibilità, oltre che verso i mercati e i partner europei, anche nei confronti degli elettori, perché non è vero che le cose serie e coraggiose sono elettoralmente improduttive. E qui si tratta sia di spostare il carico fiscale da imprese e lavoro alle “cose”, sia di liberare risorse che ogni anno potrebbero essere impiegate altrove.

Senza contare che l’aumento dell’Iva avrebbe il pregio di far lievitare l’inflazione, aiutando così a svalutare il nostro enorme debito pubblico (che continua a crescere e su cui paghiamo salati interessi) ora che lo spread è tornato ad agitarsi e in previsione della fine delle politiche monetarie ultraespansive della Bce. Inoltre, graverebbe meno sui costi di produzione e dunque sull’export, unico vero traino della nostra economia. Certo, ritoccare le aliquote Iva avrebbe un effetto negativo sui consumi, ma bisogna valutare quale sia il male minore e alcune simulazioni di Confindustria rivelano che i danni maggiori derivano dal cuneo fiscale, e non dall’Iva. Inoltre, in Italia abbiamo quattro aliquote (al 4%, al 5%, al 10% e al 22%), mentre, per esempio, in Germania solo due (al 7% e al 19%), e questo lascia spazio ad una possibile riorganizzazione. Anche perché la differenza tra gettito Iva potenziale e reale è intorno ai 40 miliardi, e questa “tassa occulta” va in qualche modo colpita.

Insomma, se per sterilizzare l’aumento dell’Iva e nella molto aleatoria ipotesi che questo porti consenso elettorale, il governo si lega mani e piedi impegnando quasi tutte le (poche) risorse che ci sono, forse è il caso di cambiare rotta. E manovra. (twitter @ecisnetto)

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