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Innovazione e lavoro

New jobs, good jobs

L'hi-tech avanza, e bisogna aggiornare le competenze

di Enrico Cisnetto - 13 ottobre 2017

Ai tempi di Industria 4.0 anche il lavoro deve essere di quarta generazione. Secondo la Commissione Lavoro del Senato il 44% degli occupati dovrà cambiare mansione entro il 2024 per effetto dei mutamenti tecnologici, mentre altri studi stimano che un lavoro su due verrà sostituito nell’arco di qualche decennio. Ma se il progresso tecnologico cancella alcune professioni, ne genera contemporaneamente altre. Sempre. E l’ineluttabile avanzare della tecnica non si combatte con un luddistico “rifiuto delle macchine”, come qua e là affiora dal dibattito sul ruolo dei robot, ma aggiornando ruolo, regole e capacità dei lavoratori.

Nella prossima finanziaria super e iper ammortamento dovrebbero essere prorogati, irrobustendone la dote di 400 milioni. Bene, perché gli investimenti in automazione crescono (+8% nel 2017) e l’Italia è settima al mondo per installazioni di robot e ottava per intensità di utilizzo. Ma, parallelamente al parco hi-tech, bisogna ampliare le competenze degli individui perché, oltre al lavoro, mancano i lavoratori preparati alle professioni che il mercato richiede. Uno studio di Unioncamere e Ministero del Lavoro dice che le imprese hanno difficoltà ad assumere un lavoratore su cinque. Per Google, poi, in Italia non si trovano profili adeguati per 100 mila posizioni. Eppure, solo per fare un esempio, in Europa il mercato delle “app” ha occupato quasi 1,5 milioni di persone in 4 anni.

Gli skill shortages, ossia posti di lavoro non coperti per mancanza di manodopera qualificata, esistono perché con l’avvento dell’era tecnologica i vecchi schemi di apprendimento e formazione non servono più. E i lavoratori diventano obsoleti prima delle macchine. Di questo ne risente anche la produttività, che nel 2016 è diminuita dello 0,8% (in Germania è cresciuta dell’1,3%), oltretutto dopo che la crescita media annua dal 1995 al 2015 da noi è stata solo dello 0,3% contro l’1,6% Ue. E questo non perché gli italiani lavorino male o guadagnino troppo – anzi, Bce e Fmi hanno lanciato l’allarme sulle basse retribuzioni – ma perché non sono al passo con i nuovi processi produttivi.

La sfida che il lavoro ha davanti è essere competitivi creando maggiore valore aggiunto (e non abbassando costi e prezzi), integrandosi e sfruttando le potenzialità dei sistemi industriali che la tecnologia mette oggi a disposizione. Per risolvere questo iato tra le (s)qualifiche dei lavoratori e i fabbisogni delle imprese, qualche soluzione viene suggerita dalla Commissione Lavoro del Senato, presieduta da Maurizio Sacconi: potenziare i servizi di orientamento nelle scuole e nelle università con uffici di placement collegati con le imprese del territorio, diritto alla formazione continua (“lifelong learning”, visto che l’inglese è d’obbligo) e all’aggiornamento delle competenze, politiche attive meno autoreferenziali. In Italia non siamo ancora riusciti a regolare a pieno la flexisecurity che il concetto stesso di sicurezza sociale e reddituale per chi cambia lavoro spesso è già diventato vecchio, tanto che si comincia a ragionare sui “mercati transizionali del lavoro”, cioè quelli in cui il “posto di lavoro” viene sostituito dallo “status” occupazionale, con l’individuo al centro di molteplici ed eterogenee transizioni (e transazioni) professionali. Il futuro non sarà né senza le macchine, né contro le macchine. Meglio adeguare le nostre competenze. (twitter @cisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario