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La sofferenze delle banche

Nota di credito

Come la riforma dei fallimenti può aiutare le banche italiane. 

di Massimo Pittarello - 11 ottobre 2017

L’Italia ha un problema di credito. Non solo reputazionale, ma anche di funzionamento del sistema bancario. Perché non ci sono solo la questione delle sofferenze, l’eccesso regolatorio europeo, gli scandali, la Commissione parlamentare d’inchiesta e le più disparate polemiche, ma anche la concreta difficoltà a riscuotere un credito, visto che in Italia in media ci vogliono 1120 giorni, fronte di una media Ocse di 553 giorni. Un problema che il Parlamento potrebbe contribuire a risolvere in questi giorni con l’approvazione della riforma fallimentare.

L’ultimo capitolo dello scontro tra Italia e Vigilanza Ue in scena in queste ore sulle banche ha due diverse prospettive. Per la prima volta il governo si oppone in modo compatto a Francoforte, che dal primo gennaio 2018 vorrebbe introdurre nuove regole sulla rettifica dei famosi npl, cioè prestiti difficili o impossibili da riscuotere, che sono in pancia alle banche italiane. Le nuove linee guida, infatti, prevedono astratte e tassative svalutazioni del 100% dei crediti unsecured iscritti a bilancio dopo due anni, mentre si arriva a sette anni per quelli garantiti.

Dopo le critiche di Abi, Confindustria, Bankitalia e del presidente dell’Europarlamento, prima Padoan ha espresso “perplessità”, poi Calenda ha annunciato “battaglia”. Certo è che in passato la supina accettazione delle regole europee del bail-in, come anche quelle sugli stress test, e non aver rafforzato patrimonialmente le banche prima dell’introduzione del divieto di aiuti di Stato nel 2013 – in Europa sono stati erogati 800 miliardi, in Italia praticamente zero – ha reso il nostro sistema molto più vulnerabile.

Ora, dopo i salvataggi pubblici di alcuni istituti, gli aumenti di capitale, le fusioni e le incorporazioni in atto, le nostre banche sono ancora convalescenti. Su circa 915 miliardi di npl esistenti in Europa, circa un quarto vestono bandiera italiana. Fortunatamente, la loro quota è in diminuzione, ma pesa ancora la più lunga crisi economica della storia repubblica. Dal 2007, infatti, abbiamo perso un quarto della produzione industriale e, allora, non è un caso che le sofferenze bancarie ammontino esattamente ad un quinto dei prestiti complessivamente erogati. Se le imprese falliscono, infatti, è difficile che ripaghino i debiti contratti. A questo, è necessario aggiungere anche i molti scandali e casi di malagestione. Ma certo non abbiamo bisogno di un’altra mannaia europea proprio ora.

 Ma lo scontro con l’Europa può essere letto anche da un’altra angolazione. Difficile, infatti, legittimare le nostre ragioni a Francoforte se siamo “inadempienti” a casa nostra. Lo abbiamo visto per anni in tema di “deficit”, “riforme”, “flessibilità” e a lungo anche in tema bancario. Ma oggi potremmo essere di fronte ad una svolta grazie all’approvazione della nuova legge fallimentare. E andare a negoziare in Europa con più forza, mostrando quanto stiamo facendo per correggere le nostre storture.

 Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha spiegato che se in Italia i tempi di recupero dei crediti fossero come quelli francesi e tedeschi, da noi le sofferenze sarebbero la metà. Creando così una ben diversa cornice – sia culturale che giuridica – in cui le banche potrebbero muoversi. Al contrario del sistema anglosassone dove si salvaguarda il creditore, infatti, il sistema italiano protegge sempre il debitore. Spesso, legittimamente, per una fondata ragione sociale, ma talvolta se ne approfittano i furbi, che creano società di comodo, le inzeppano di debiti e poi le lasciano fallire, impunemente. Con il sistema creditizio che inevitabilmente accusa il colpo.

Nonostante la politica monetaria espansiva della Bce, infatti, le banche italiane hanno e fanno difficoltà ad erogare denaro perché – oltre ai cervellotici requisiti patrimoniali imposti dall’Europa o i danni della crisi –sono sprovviste di adeguati strumenti di recupero dei crediti e devono fare i conti con l’impossibilità di rivalersi sui clienti insolventi. Con il rischio che spesso vengano adottate misure a danno di quelli solvibili. 

Questa settimana l’aula del Senato discuterà la riforma già approvata alla Camera. Il decreto delegato, se approvato, sarà sul tavolo del Ministero della Giustizia. Dopo i numerosi ritocchi degli ultimi anni – alcuni positivi, come il pegno possessorio – certamente la disciplina dell’insolvenza necessitava di una revisione organica. E oggi c’è la possibilità di contribuire ad un’inversione di rotta. Di particolare rilievo sembrano essere quei principi delega che mirano a ridurre i tempi dei processi fallimentari. La speranza è che possano diventare realtà, e poi essere trasferiti in sede civile. Sarebbe una nota di credito.

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