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La ripresa troppo lenta

Borsa illusoria

Non lasciamoci ingannare dai record di Piazza Affari. L'Italia cresce meno degli altri

di Enrico Cisnetto - 24 settembre 2017

Piazza Affari registra un 2017 da record, il migliore di tutta Europa. E allora viene da chiedersi se la Borsa veda qualcosa che noi umani non vediamo, considerato che la nostra economia è sì in ripresa, ma non ancora in una fase di crescita strutturale, tanto che manteniamo le distanze con la media europea (7 decimi di meno). Comunque sia, è certamente positivo rilevare che nei primi otto mesi dell’anno il listino dei titoli azionari di Milano sia cresciuto del 15%, performance ben superiore al +9% del Dax30 tedesco e al +7% del Cac40 francese. Mentre a confronto con lo striminzito +0,84% britannico post Brexit, Milano sembra un mercato emergente. Insomma, siamo sui livelli di Wall Street, ma certo non si tratta di sogno americano. Infatti, l’indice di Piazza Affari vale oggi poco più di 22 mila punti, esattamente la metà dei 44.364 toccati nel maggio 2007, prima che la bolla dei subprime scoppiasse degenerando nella grande crisi mondiale. Peraltro, questo +15% è nulla a confronto con il recupero del 99% che ci fu nei sei mesi da marzo 2009 (quota 12.332) a ottobre 2009 (24.558). Un “rimbalzo” legato ad una piccola “ripresina” di allora, ma che poi si rivelò effimero per la nostra economia. Anzi, di lì a poco tornò la recessione.

Certo, uno scenario di effervescenza sui titoli favorisce l’afflusso di capitali, tanto che le offerte per le nuove quotazioni quest’anno saranno 35, il record nella storia di Borsa italiana. Ed è anche vero che tra queste si annoverano casi di successo internazionale (come Pirelli). Così come è vero che dal 2007 c’è chi ha registrato aumenti da capogiro – Terna, Azimut, Luxottica, Brembo, Campari, Snam, Atlantia per fare alcuni nomi – compresi alcune società minori quotate sul listino AIM, che per le piccole e medie imprese costituisce una preziosa piattaforma più “soft” di ricorso al capitale rispetto al listino ordinario. Ma tanto i singoli casi quanto l’indice generale non devono trarre in inganno: è pericoloso comparare l’andamento della Borsa e l’economia reale, perché se pure il collegamento c’è, non é mai né automatico né diretto.

Se nel 2007 il valore della capitalizzazione totale era di 731 miliardi, oggi siamo a 590, cioè il 20% in meno. Una cifra più vicina a quanto dobbiamo ancora recuperare rispetto alla fase precrisi in produzione industriale (25%) e capacità manifatturiera (-20%) che non in prodotto interno lordo (6,5%).

In merito al pil, il governo ha aggiornato le stime del 2017 ad un positivo +1,5%, ma nello stesso periodo per la Bce l’eurozona crescerà del 2,2%. Ecco, il leit motiv è sempre lo stesso: cresciamo meno degli altri. Ed allora suona minaccioso l’ultimo report di Ubs, in cui si afferma che il nostro mastodontico debito – per cui l’Italia resta “vulnerabile”, Visco dixit – può diventare un problema esplosivo se aumentasse il gap tra noi e gli altri. Anche perchè l’anno prossimo ci sono le elezioni, dagli esiti assai incerti. Dunque il rischio politico non è per nulla sotto controllo. Mentre Francia e Germania si apprestano a discutere le regole di governance dell’Unione, noi siamo già entrati in una estenuante, ma soprattutto distraente, campagna elettorale. Insomma, se pure la Borsa riprende valore, sarà bene non infilarci dentro l’illusione che questo possa essere il segno che i problemi sono risolti. (twitter @ecisnetto)

 

 

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.