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I provvedimenti del governo

Lavoro, non mini-pensioni

L'ennesima occasione persa: micro-pensioni per i giovani invece di investire sul lavoro

di Enrico Cisnetto - 03 settembre 2017

Micro-pensioni per i giovani e reddito di inclusione per gli indigenti. Due provvedimenti, una stessa logica. A voler essere maliziosi, quella di comprarsi un po’ di voti in vista delle elezioni, specie di quei settori della società che è ragionevole pensare non vadano a votare o usino la scheda per protestare. A voler essere benpensanti, quella di credere che l’attuale compito del governo, e più in generale della politica, sia la distribuzione di quel poco che c’è (e anche di quello che non c’è) in chiave di risposta ai bisogni e, soprattutto, di riequilibrio delle disuguaglianze. Francamente non so quale delle due spiegazioni sia la peggiore. Perché nel secondo caso l’intento sarà pure nobile, ma l’idea che la politica economica finisca con l’essere solo e soltanto politica distributiva, è davvero perniciosa. Fateci caso: quando eravamo nel pieno della crisi, il tema era quello di lenirne le conseguenze per i ceti più deboli. Ora che è spuntata la ripresa – ignorando che la crescita strutturale è ben altra cosa – si discute di come usarne i vantaggi per accorciare le distanze sociali. Con il risultato che la nostra convalescenza economica – perché di questo si tratta – non riesce a godere della robusta cura ricostituente di cui ci sarebbe maledettamente bisogno, perché lo sguardo è rivolto altrove e le risorse, esistenti o a debito, non vengono per l’unico uso che ci vorrebbe, gli investimenti.

Eppure, ci risiamo. Il governo vorrebbe introdurre micro-pensioni di garanzia da 650 euro da riscuotere a 70 anni per i giovani di oggi. Ma è questione logica, e non solo cronologica, comprendere che la mancanza di lavoro precede quella della pensione. Invece questa “pensione minima”, oltre ad essere la metà di quanto erogato negli Stati Uniti, potrà produrre effetti, ammesso che resista ai ripensamenti, solo tra decenni. Ma la crisi è qui ed ora, con i ragazzi che già oggi lavorano meno degli altri (tasso di occupazione under 34 è al 17,2%, quello over 50 è al 60%), recuperano più lentamente (nell’ultimo anno 8 mila occupati in meno tra gli under 34) e trovano lavoro con più difficoltà (disoccupazione giovanile al 35,5%, quella per gli over 50 al 6,8%). Soprattutto, sono più poveri. Infatti, se dal 2007 l’incidenza della povertà è raddoppiata nella fascia 55-64 anni, è addirittura quintuplicata in quella 18-34. Insomma, invece che dare oggi – per esempio, nuove politiche di formazione – si pensa alla (magra) pensione di domani. Non solo. Si creerà una nuova voce di uscite non correlate a contributi effettivamente versati: siamo sicuri che il paese dei baby-pensionati che ha il record di spesa previdenziale (260 miliardi, poco meno del 16% del pil) se lo possa permettere?

Anche il reddito di inclusione (ReI) appena varato, che costa quasi 2 miliardi l’anno, e dovrebbe andare a sostenere mezzo milione di famiglie, solo un terzo dei potenziali destinatari (ma l’indigenza andrebbe accertata sul campo, con indicatori uniformi e incontestabili in grado di evitare distorsioni), non risolve il problema della povertà e nello stesso tempo toglie risorse alla crescita. Perché dovrebbe funzionare meglio dei ticket di Tremonti, in cui persino la domanda fu assai inferiore a quella ipotizzata? Siamo sicuri che si combatta la povertà distribuendo denari a pioggia e non, piuttosto, garantendo servizi sociali decenti? (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario