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L'ennesimo bonus

Gli sgravi per i giovani rischiano di essere altri soldi buttati nella spazzatura

di Enrico Cisnetto - 27 agosto 2017

Ci risiamo. Oscillanti tra i margini stretti della manovra di bilancio e l’illusione di essere già fuori dalla crisi, ci stiamo per inventare l’ennesimo bonus. Questa volta è una riedizione, necessariamente in scala, degli sgravi per le assunzioni, stavolta limitati a che ha meno di 29 anni. Si erano immaginati interventi mirabolanti, incentivi di ogni sorta per lenire la piaga della disoccupazione giovanile, ma a dir tanto saranno un paio di miliardi di decontribuzione, naturalmente una tantum. Se si considera che il renziano Jobs Act, a prescindere dal controverso giudizio di merito, fu un intervento da 18 miliardi, si capisce come la montagna finirebbe col partorire il classico topolino. Se si è ottenuto poco con un intervento forte, che riguardava tutti i neoassunti, come si può credere che sia utile uno decisamente più limitato? Il numero di 300 mila assunzioni che è stato (elettoralmente) speso, è davvero un azzardo.

Insomma, gli sgravi under 29 rischiano di essere soldi buttati via. Tanto vale, allora, spenderli per favorire il ben più decisivo processo di innovazione industriale, che è in atto ma riguarda ancora un numero troppo limitato di aziende, settori e aree: visto che per il rifinanziamento del programma Industria 4.0 si parla di una spesa di 1,5 miliardi, la si raddoppi (come minimo). E se poi si vuole davvero aiutare i giovani, allora si spenda di più e meglio per l’istruzione, un capitolo del nostro welfare da sempre gestito in modo pessimo. Le politiche attive del lavoro, che erano la parte nobile del provvedimento renziano di tre anni fa, sono ancora al palo: le si faccia partire.

Ma al di là dell’entità, è l’idea stessa di adoperare l’ennesimo meccanismo dopante – che, peraltro, una volta svaniti gli effetti, farà tornare tutto come prima, se non peggio – che è radicalmente sbagliata. L’anno prossimo vedremo quante delle assunzioni favorite dal Jobs Act resisteranno alla fine degli incentivi. Si è detto che la nuova politica economica deve tradursi in scelte di natura strutturale, perché i nostri problemi sono peculiari e non congiunturali – e tale è la disoccupazione giovanile che si afferma di voler combatter (al 35% per gli under 24) – ed eccoci qui con i soliti provvedimenti tampone.

Sia chiaro, la mancanza di lavoro è un problema grave, che più che sulla percentuale di disoccupati (11,3%), che comunque è due punti esatti in più di quella dell’eurozona e addirittura sette e mezzo in più che in Germania, si riflette sul tasso (57,8%) della popolazione attiva, di dieci punti inferiore alla media europea. Ma esso è figlio di una crisi che – come ha detto con parole chiare e coraggiose il ministro Calenda – non è affatto alle nostre spalle. Anche perché preesisteva al crack mondiale. E i 10 trimestri positivi che fanno questa in atto la più lunga ripresa registrata dal 1995 (quelle del 1999-2001 e del 2005-07 durarono nove trimestri, quella 2009-2011 si fermò dopo otto) non devono trarre in inganno, perché non ci hanno consentito di recuperare il pil del 2007 (mancano 6,5 punti) al contrario di quasi tutta l’Europa (peggio ha fatto solo la Grecia) dove la ripresa è stata più lunga e consistente. Dunque, sono le ragioni di questa crisi che dura da un quarto di secolo che vanno affrontate, non le sue conseguenze, sia pure drammatiche, se davvero si vuole fare buona e duratura occupazione. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario