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I datti sull'economia

Ripresa si, crescita no

Le imprese ripartono ma manca ancora la svolta 

di Enrico Cisnetto - 13 agosto 2017

Andiamo in vacanza confortati da una serie di dati economici favorevoli, ma senza per questo che la tela scura del nostro diffuso pessimismo si tinga di rosa. Una manciata di pifferai – non sono più di tre o quattro – sostiene che è colpa di “professionisti dell’apocalisse”, che ignorano la realtà di un’economia che si sarebbe ormai lasciata alle spalle la crisi. Peccato siano gli stessi che questa litania del “tutto va bene, stiamo meglio degli altri” la cantano da anni, gli stessi in cui si è drammaticamente prolungata la recessione prima e la stagnazione poi. Sia chiaro, la ripresa c’è, ed è – questo va riconosciuto – un po’ più consistente di quanto si fosse pronosticato. D’altra parte, i più recenti indicatori confermano l’accelerazione della attività produttiva; gli ultimi sondaggi presso le imprese segnalano il riavvio degli investimenti; le prospettive per le esportazioni continuano ad essere favorevoli. Ma, come ha autorevolmente chiarito il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si tratta di una ripresa congiunturale. Benemerita, ma ancora fragile. Mentre per cancellare l’eredità della crisi – le cui conseguenze sono visibili nei picchi raggiunti dalla disoccupazione, dall’incidenza del debito pubblico sul pil e da quella dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti delle banche – servirebbe una svolta verso una ripresa molto più strutturale.

La conferma che le cose stiano così viene sia da uno studio di Mediobanca sulle imprese italiane, che da un’analisi del Financial Times sui pil occidentali, in entrambi i casi comparando la situazione di oggi a quella di inizio crisi, dieci anni fa. Il risultato è che siamo maledettamente indietro. Il fatturato dell’industria è ancora sotto ai livelli pre-crisi del 6,4%, soprattutto per le imprese pubbliche (-17,8%), mentre la manifattura va meglio (+0,8%), grazie anche al decisivo apporto del settore auto e veicoli pesanti, che certo non ci proietta nel mondo 4.0 più di tanto. E Mediobanca ci ricorda che gli investimenti sono ancora il 25,8% in meno rispetto al 2007, con un’influenza negativa del 13,4% sulla competitività delle aziende ed un invecchiamento degli impianti del 43%. Mentre lo studio del Financial Times, intitolato non casualmente “La lunga e ventosa strada per la ripresa economica”, evidenzia che l’Italia (-6,2 punti) condivide solo con Grecia (-24,8) e Portogallo (-2,4) la triste sorte di essere ancora sotto la soglia del 2007, mentre i paesi leader, come Stati Uniti e Germania erano tornati sopra ai livelli pre-crisi già nel 2011.

Insomma, un conto è dire che la ripresa (finalmente) c’è, altro è sopravvalutarla o addirittura cantare vittoria. E d’altra parte, è il Paese stesso che percepisce la parzialità dell’accelerazione in corso. In particolare le sue forze produttive, a cui per anni è stato raccontato che era già in atto ciò che ancora era di là da venire, e per di più omettendo di dire che il poco che c’era dipendeva non dalle presunte riforme fatte – poche, e per di più sbagliate (80 euro) o parziali (Jobs act, concorrenza) – ma dalla politica monetaria espansiva della Bce e dalla ripresa mondiale. Siamo dentro una ripresa “geneticamente modificata”, come ha scritto Dario Di Vico, e questo rende il nostro cammino ancora lungo e impervio. Con buona pace dei professionisti della buona ventura. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario