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Lavoro e contratti

L'esempio di Confartigianato

Ridurre i tipi di contratto giova a imprese e sindacati

di Enrico Cisnetto - 02 luglio 2017

Ci sono casi che raccontano meglio di ogni teoria quali sono le sfide da affrontare e quali, nel concreto, le strategie da adottare. C’è, per esempio, Confartigianato che ha aperto un tavolo con i sindacati per ridurre a quattro il numero dei contratti nazionali di lavoro (manifattura, servizi, trasporto, edilizia), rimettendo così in discussione la sua stessa struttura organizzativa e, soprattutto, lanciando un prototipo utile per le relazioni industriali di tutti gli altri comparti. Nella contrattazione collettiva, infatti, servirebbero poche, semplici e inviolabili regole nazionali in modo che, una volta fissati i principi generali, la contrattazione decentrata, sia essa aziendale o territoriale, possa stabilire meglio dettagli del lavoro direttamente nell’impresa, adeguando l’organizzazione alle relative esigenze. Perché è con resilienza e flessibilità che la produzione risponde efficacemente ai repentini cambiamenti imposti dall’economia del Terzo Millennio. Mentre, al contrario, l’eccesso di norme, nel fisco, nel penale, nel civile e in ogni altro campo, porta all’esatto opposto (corruptissima re publica plurimae leges, scriveva già Tacito 2000 anni fa).

Ma, come ha giustamente detto nella recente assemblea annuale il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, anche le organizzazioni datoriali devono essere disponibili a verificare chi rappresenta cosa, sulla base di criteri oggettivi, dalla conta degli iscritti al peso della forza contrattuale. Questo è un passo fondamentale per riportare la contrattazione al suo ruolo naturale, che è prima di tutto quello di regolare le relazioni industriali, e non quello di fare politica. E se una delle due parti, l’impresa, cambia abitudini, anche l’altra, il sindacato, sarà costretta ad accodarsi. Si potrebbe così interrompere la nefasta pratica di quelle rappresentanze ultraminoritarie che lanciano scioperi “a strascico” (sempre di venerdì) senza consultare preventivamente i lavoratori, o la controproducente deriva “populista” di parte del sindacato che, da Alitalia ad Almaviva, già tanti danni ha creato. Oltretutto, visto che il Cnel non è stato abolito, potrebbe essere l’occasione per riformalo (meglio, rifondarlo), rendendolo il luogo naturale di confronto e verifica dei rapporti di lavoro.

Se pure il lavoro indipendente dal 2007 ha registrato un calo di 534 mila unità, è anche vero che lo scorso anno le imprese artigiane hanno esportato per 117 miliardi, quasi un quarto del totale nazionale, nonostante il freno di “13 zavorre”, tra cui la rigidità del mercato del lavoro. Su questo, però, il comparto ha un naturale antidoto in quelle competenze, o sapienze, che travalicano, da sempre e nei fatti, lo schema rigido delle relazioni industriali classiche. Ma anche in campo industriale, considerato che il 95% delle aziende ha meno di 10 dipendenti, e che l’era fordista della produzione sta definitivamente tramontando, i vecchi schemi di relazioni industriali non funzionano più. Per questo, se tutte le imprese e le loro rappresentanze procederanno sulla strada tracciata da Confartigianato, si potrebbero sconfiggere direttamente sui luoghi di lavoro le molte residue ideologie (vedi i voucher, e tanto altro) che sono ancora così persistenti da bloccare diversi settori chiave per il rilancio del Paese. L’esempio c’è. Basta seguirlo. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario