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Gran Bretagna e Europa

Stop alla Brexit

Servirebbe un referendum per imporre lo stop all'uscita di Londra dalla UE

di Enrico Cisnetto - 25 giugno 2017

Bisogna ricalcolare le distanze con Londra. E sperare che Brexit sia solo un viaggio, illusorio e temporaneo, e che si possa tornare vicini come prima, anzi più di prima. Una speranza, certo. Ma che deve essere alimentata lavorando per fermare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Dopo un anno di riscaldamento post-referendum, dove il leave vinse a stretta maggioranza, i negoziati sono partiti. Male per Londra, perché il governo conservatore di Theresa May è di minoranza e dovrebbe reggere sui 10 seggi del partito unionista nord-irlandese (Dup), pro-frontiera aperta con Dublino, o sui 13 degli scozzesi, contrari alla Brexit. L’uscita violenta vagheggiata dalla premier a inizio mandato è stata punita nel voto anticipato dell’8 giugno scorso, lasciando così crescere le ipotesi di “soft Brexit”, in cui mantenere mercato comune e unione doganale, come già avviene per Norvegia e Svizzera. La fotografia degli attuali rapporti di forza, però, è nella risposta che Merkel, Tusk e Juncker hanno dato alla proposta May – definendola insufficiente merce di scambio – di concedere ai tre milioni di europei residenti oltremanica da oltre cinque anni di rimanere. Ma Londra, oltre che politicamente, è debole economicamente: in 12 mesi la sterlina ha perso il 15%, il pil trimestrale è sceso da +0,6% a +0,2%, ai minimi dal 2012, l’inflazione è salita da +0,3% a + 2,9%, i consumi a maggio segnano -1,2%. Questo mentre in Europa le spinte populiste frenano (Italia a parte) e la crescita economica appare tornare.

Insomma, anche se in difesa, l’Ue può giocare bene le sue carte, provando a sparigliare. A patto, però, di aver chiaro l’obiettivo. Nelle agitate acque della globalizzazione, sui cambiamenti climatici, sul commercio internazionale, nella lotta al terrorismo, nel rapporto con Trump, vogliano Londra come alleato o no? Al Vecchio Continente, finora ha portato in dote capacità militare e un mercato che importa il 48% delle merci dall’Unione, esportandone il 55%, con una bilancia commerciale sempre in passivo, compensata solo dagli attivi finanziari. Nel dettaglio, è la quarta meta preferita per le esportazioni italiane (5,4% del mercato) e la terza di quelle tedesche (7,1%). Ora, poiché anche con un accordo economico si rischiano dazi fino al 5% (studio Bankitalia), è evidente non solo che non servono barriere, ma che bisogna evitare Brexit. Anche perché, oltre alla sua lingua ufficiale, l’Unione perderebbe il 12% degli abitanti, il 15% della potenza economica e 10 miliardi di euro di budget.

Ha dunque fatto bene Macron a dire che le porte dell’Unione sono sempre aperte nel caso in cui il Regno Unito cambi idea. Ma bisogna fermare i negoziati prima possibile. L’articolo 50, infatti, non disciplina la revoca di un recesso già notificato agli altri 27 Stati. Insomma, se il Regno Unito, dopo aver dichiarato il leave, dovesse poi autonomamente notificare il rientro, si creerebbe un precedente da imitare per ottenere condizioni migliori.

Ora, entro il 2019, tempo limite per i negoziati, ci potrebbe essere una ‘hard Brexit’, oppure una ‘soft Brexit’, o la mancanza totale di accordi con un litigio che finirebbe per bloccare la liquidazione delle pendenze finanziarie da parte dei britannici. Tante ipotesi, tutte negative. Eppure il referendum era consultivo. Magari ce ne fosse un altro per lo ‘stop-Brexit’…  (twitter @ecisnetto)

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