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Export e crescita

Non si esulta per la "ripresina"

Il rialzo del Pil, segnale di ripresa ma è presto per cantare vittoria

di Enrico Cisnetto - 04 giugno 2017

La ripresa accelera un pochino. Bene, finalmente una buona nuova. Ed è sciocco, come qualcuno ha fatto, immaginare che l’Istat abbia rivisto al rialzo le stime di crescita del pil del primo trimestre (tendenziale +1,2%, acquisita +0,9%, prevista a fine anno +1,2%) solo perché già si respira il clima della campagna elettorale. Ma così come è stupido minimizzare, altrettanto vanno catalogate le immotivate grida di giubilo che si stanno sentendo. Anche perché la notizia positiva è dovuta principalmente al calo del deflatore del pil (-0,6% il livello dei prezzi di tutti i beni e servizi), visto che il pil nominale è calato di un decimale. Piuttosto, i nuovi dati congiunturali possono restituire un pizzico di fiducia. Aiutando a distinguere ciò che funziona da ciò che non va. E, soprattutto, quello che bisogna fare da quello che occorre evitare.

La prima cosa da notare, guardando dentro i dati, è che l’incremento in termini reali riguarda essenzialmente il settore dei servizi, che hanno segnato +0,6%, mentre l’industria segna -0,3%. Ora, la ripresa del terziario è importante, visto che su quello poggia il 70% del nostro pil, ma lo stato di salute vero della nostra economia va misurato sul manifatturiero, che ha la capacità di trainare anche i servizi, mentre non è viceversa. Dunque, prudenza. Allo stesso modo, mentre crescono i consumi (+0,5% congiunturale), calano gli investimenti fissi lordi (-0,8%). Ma soprattutto, andiamo più lenti dell’eurozona, che registra +0,5% sul trimestre precedente e +1,7% rispetto al 2016.

Il pericolo è dimenticare che gli anni recenti per la nostra economia sono stati “i peggiori della storia in tempo di pace”, come ha detto il governatore di Bankitalia Visco. Abbiamo perso il 9% del pil in 7 anni, un quarto della produzione industriale, il 30% degli investimenti, l’8% dei consumi, siamo 7 punti sotto rispetto al 2007, mentre gli altri sono in media 5 sopra. Un minimo di effetto rimbalzo è anche naturale. Purtroppo, poi, anche con una crescita stabile di un punto di pil ogni 12 mesi, serviranno dieci anni per tornare ai livelli pre-crisi. E, ammesso e non concesso che l’inflazione si attesti intorno al 2% – e con l’annunciata fine della politica monetaria ultraespansiva della Bce non è scontato – per ridurre il debito sotto il 100% serviranno almeno altrettanti anni. In entrambi i casi, un tempo troppo lungo, che non ci possiamo permettere. Anche perché i mercati, che anticipano sempre le tendenze, riportando lo spread a quota 200, lasciano intendere che siamo ancora molto vulnerabili.

Per esempio, se anche gli investimenti diretti esteri sono cresciuti del 62% nel 2016, restiamo pur sempre 16mi in una classifica di 28 (dati Ernest&Young), con un’incidenza sul pil dello 0,7%, a fronte di una media europea del 2%. Infatti, se anche abbiamo recuperato i livelli pre-crisi, con il 2% del totale e solo 89 progetti (contro oltre mille di Regno Unito e Germania) siamo ancora lontano dai nostri competitor (Londra è al 20%, Berlino al 18%, Parigi al 13%).

Abbiamo ancora tante potenzialità, tanti campioni dell’export, una grande capacità di innovazione manifatturiera. Tutte cose da sostenere. Magari con una legge di stabilità che preservi l’equilibrio dei conti in crescita, senza avventurarci nell’esercizio provvisorio di bilancio. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.