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  • 20170528 - Lavoro senza lavoratori

Disoccupazione e mercato

Lavoro senza lavoratori

Non mancano i posti di lavoro, ma i candidati con le competenze

di Enrico Cisnetto - 28 maggio 2017

A rovesciare l’inquadratura vengono i brividi, ma forse il quadro diventa più chiaro. Perché è vero che il lavoro manca, come dice Papa Bergoglio, ma mancano anche i lavoratori. O meglio, lavoratori preparati alle professioni che il mercato richiede. E quel che è più grave è che non c’è strategia per crearli. Mentre si scatena la battaglia politica sui voucher, strumento utile se ben costruito, ma sostanzialmente marginale rispetto all’intero mercato del lavoro, bisogna accendere i fari su quattro milioni di posti di lavoro “vuoti”, perché mancano i candidati con i giusti curricula per occuparli. Insomma, non quattro milioni di disoccupati, ma di lavori che non vengono svolti. Almeno è quanto sostiene Talent Garden, la più grande piattaforma europea di coworking, con 18 campus che in 6 paesi incrociano ben 150 aziende, specializzata nella ricerca dei talenti e nell’interconnessione con le imprese. Una cifra enorme, che viene in qualche modo corroborata sia dai racconti di molte aziende, che da quanto sostengono Google (per la quale siamo a 100 mila posti di lavoro “vuoti”), Unioncamere (117mila), Confindustria Bologna (mille ogni anno solo in quella città) e McKinsey (65 mila posizioni vacanti fra gli under 35).

Certo, trovare un criterio di misurazione univoco è difficile, e forse 4 milioni è una cifra calcolata per eccesso, ma i dati generali supportano in pieno questa teoria. Uno studio di Unioncamere e Ministero del Lavoro dice che le imprese hanno difficoltà ad assumere un lavoratore su cinque. A livello macro, esclusa la Grecia, siamo ultimi in Europa per tasso di occupazione, fermi al 57,4% (66,5% per gli uomini, 48,3% le donne, con picco negativo del 43,3% al Sud a fronte del 73,6% del Nord). I giovani, soprattutto, hanno un tasso di disoccupazione al 34%, e nell’ultimo quarto di secolo hanno perso il 25% del reddito. Tanto che, negli ultimi 20 anni, i lavoratori tra i 16 e i 34 anni sono passati da 7,5 a 4,9 milioni. Ci sarà pure la detanalità, ma il calo è impressionante.

Le cause di questo trend sono tante, ma certamente quella fondamentale è il “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro. Causata da una preparazione scolastica di scarsa qualità, cui si aggiunge il macchinoso “salto” dagli studi alla professione. Con l’avvento dell’era tecnologica – chiamatela industria 4.0, gig o web economy – i vecchi schemi di apprendimento e formazione non servono più. Ed è una banalità dire che la laurea, da sola, non è più una garanzia (guarda caso, il 75% dei neolaureati in giurisprudenza è disoccupato). Ovviamente, c’è il problema della mancanza di crescita e quindi di lavoro, ma ci sono anche 3 milioni di “scoraggiati” che non studiano, non lavorano e nemmeno lo cercano. Segno che bisogna ribaltare la prospettiva. Perché esistono enormi giacimenti non sfruttati di occupazioni – gli ‘skill shortages’, ossia posti di lavoro permanentemente scoperti per mancanza di manodopera qualificata – come per esempio il mondo delle app, in cui sono stati creati 1,3 milioni posizioni in Europa nel giro di quattro anni, ma che nessuno è in grado di insegnare.

Insomma, bisogna connettere lo studio con la domanda lavorativa, ma soprattutto i percorsi formativi devono andare avanti tutta la vita, in quello che si chiama apprendimento permanente. Anzi, lifelong learning, visto che l’inglese è d’obbligo. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario