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Integrazione conro i populismi

L'Europa a più velocità

Un nuovo assetto dell'Europa è possibile, integrando gruppi di paesi tra loro interconnessi

di Enrico Cisnetto - 12 febbraio 2017

L’idea di creare due euro diversi è pericolosa. Ma se Angela Merkel avesse abortito – come da sue dichiarazioni correttive di una precedente uscita – anche l’ipotesi di far viaggiare a velocità differenti i paesi membri dell’Ue grazie ad accordi a geometria variabile, ci sarebbe da avere ancor più paura. Perché sfumerebbe forse l’ultima occasione di rilanciare l’integrazione politica ed istituzionale continentale. E pure se si trattasse di un passo indietro (ma non lo sarebbe), meglio quello di questa mera difesa dell’esistente, che procura una lenta ma inesorabile auto-distruzione.

Il ritorno della pressione sui titoli pubblici di diversi paesi, Italia in primis, alimentata dalle sparate di The Donald, dalla minaccia che Marine Le Pen faccia Frexit, dalle spinte nazionaliste in una fase preelettorale che coinvolge Olanda, Francia, Germania e prima o poi (speriamo poi) anche il nostro Paese, conferma che l’Europa, così com’è disegnata, non va da nessuna parte. Perché non vanno da nessuna parte i paesi membri, fermi in un guado in cui alibi, zavorre e ostacoli impongono al convoglio delle decisioni europee la velocità del vagone più lento. In mancanza di una strategia condivisa da tutti, di fronte all’immobilismo, l’unica strada percorribile è quella di prendere atto della realtà, cercando soluzioni diverse. “L’Unione a più velocità ce l’abbiamo già”, dice con realismo Martin Schulz, che prima di sfidare Merkel, da presidente dell’Europarlamento ha lavorato affinché i paesi mediterranei non venissero messi alla porta. Anche perché, per quanto qualcuno strepiti per uscire dall’Unione, c’è anche chi non vuole andarsene, e persino chi vuole entrare.

Allora, piuttosto che buttare alle ortiche 60 anni di integrazione, tanto più quando Trump e Putin lavorano ad un divide et impera dell’Europa, meglio studiare delle alternative e prendere delle contromisure. Per esempio, nella ratifica del Fiscal Compact, si potrebbe prevedere l’esclusione di tutte le spese per investimenti dal calcolo del deficit. Perché non è sbagliato il Patto di Stabilità in sé, ma la sua cattiva gestione. Come non esiste un’unica ricetta applicabile in modo meccanico a tutte le economie degli Stati membri. E anche il surplus commerciale tedesco, per parlare del paese che più ha beneficiato dall’integrazione europea, non si risolve infliggendo una procedura di infrazione. Inoltre, attenuare le rigidità di Bruxelles significa depotenziare la polveriera nazionalista che sta per esplodere. E se il Vecchio Continente non deve essere solo un mercato e una moneta comune, ma uno spazio politico che guarda al futuro, perché non creare gruppi di paesi tra loro maggiormente interconnessi, piuttosto che insistere su obiettivi irraggiungibili da tutti i 27? Difesa comune, sicurezza, migranti, energia, un’intelligence unica nella lotta al terrorismo, grandi infrastrutture: sono temi sui cui si potrebbe lavorare meglio in club più ristretti, come in cerchi concentrici, snellendo le procedure decisionali e senza incontrare i veti dei Paesi recalcitranti. Chi non condivide gli obiettivi se ne chiama fuori. Quindi, non “club esclusivi”, ma funzionali.

Insomma, non nuovi assetti dell’euro, ma dell’Europa. A cui lavorare subito, prima che la finestra di “opportunità espansive” aperta dalla Bce si chiuda. Più che la velocità di percorrenza, conta la direzione che si prende. (twitter @ecisnetto)

 

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario