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  • 20170115 - Liberalizzare per crescere

Il lavoro del ministro Calenda

Liberalizzare per crescere

Il ddl concorrenza indispensabile per ridare slancio al nostro settore terziario

di Enrico Cisnetto - 15 gennaio 2017

Il nuovo presidente del Consiglio, meno egotico del precedente, lascia che i ministri guidino i ministeri. E, giustamente, all’alba di questo 2017 Carlo Calenda, titolare dello Sviluppo Economico, ha fissato come priorità quella di tirare fuori dal congelatore in cui era finito per mere ragioni elettoralistiche in vista del referendum, il disegno di legge sulla concorrenza. E di approvarlo a conclusione di due anni di travaglio parlamentare in cui tra stop and go, veti, accordi e compromessi, molto si è perso e molto si è confuso, con una montagna che in sette anni ha partorito il topolino, come ha ben detto Massimo Mucchetti.

 

Infatti, nella prima legge annuale sulla concorrenza, prevista dal 2009, rispetto all’iniziale formulazione del governo, gli articoli sono passati da 33 a 50, con molti temi annacquati e molti altri esclusi. Come ha giustamente osservato Antonio Catricalà, ex presidente dell’Autorità sulla concorrenza e sul mercato, troppi temi sono stati inseriti in un unico calderone: assicurazioni, energia, farmaci, avvocati, notai, trasporti, turismo, società tra professionisti, norme sul web, su Uber, sui taxi. Ovviamente sarebbe stato meglio affrontare una questione, una somma di interessi, una corporazione alla volta, con un provvedimento che ogni anno potesse regolare un settore specifico. La scelta di Renzi nel febbraio 2015 fu diversa e, more solito, carica di un’ambizione che ha finito per consacrare il vecchio proverbio secondo cui “l’ottimo è nemico del bene”, che in politica si può traduce in “è nemico del fare”. Ma ormai il testo è stato così impostato e al Senato si è trovata una quadra anche per il delicato e complesso settore dell’Rc auto. Manca il passaggio a Palazzo Madama e la terza lettura, che dovrebbe essere solo confermativa, a Montecitorio.

 

Ora, sarebbe folle bloccare dopo tanta fatica un provvedimento così difficile e importante. Anche perché equivarrebbe a ripartire da zero in un processo, quello dello sbrogliare dei “lacci e lacciuoli” che soffocano la (malconcia) vitalità economica del nostro Paese, davvero decisivo. Potrebbe valere, secondo l’Osservatorio sulle liberalizzazioni, fino a 23 miliardi, e secondo il governo, un punto di pil all’anno (16 miliardi) fino al 2020, per una crescita complessiva del 4,16% dei consumi, del 3,7% degli investimenti, dell’1,66% dei salari reali. Per l’Fmi, addirittura, le riforme sulla concorrenza porterebbero una crescita aggiuntiva del 13% (20% se si includesse anche il fisco).

 

Inoltre, non si tratta solo di liberare energie che già esistono, ma di permettere che se ne creino di nuove. Il terziario in Italia, un mercato di circa mille miliardi che copre più del 74% del pil, è in passivo nella bilancia commerciale per 4,2 miliardi (mentre segna +23 per la Germania e +90 per il Regno Unito), anche perché deve combattere con rigidità, oligopoli, corporazioni, norme, regole e regolette. Liberarsi da vincoli inutili quando non dannosi, permetterebbe agli “animal spirit” di concentrarsi sulla competizione internazionale, dove si gioca la vera partita dell’economia 4.0. A parole sono tutti d’accordo sulla necessità di aumentare il livello di concorrenza nel nostro paese, ma nella pratica bisogna superare insidie corporative dietro ogni angolo, procedendo passo dopo passo. Ministro Calenda, contiamo su di lei. (twitter @ecisnetto)

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