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Da Renzi a Gentiloni

I compiti del nuovo governo

 

Le misure economiche necessarie per non cadere nel baratro

di Giuseppe Pennisi - 19 dicembre 2016

Il primo compito del governo sarà quello di ricompattare il Paese, dopo due anni e mezzo di violenta contrapposizione, poiché senza un Paese compatto e teso verso il raggiungimento di un’Italia più moderna e più giusta si resta a ciurlar nel manico. Occorre allora chiedersi quale sia la strada obbli­gata che l’esecutivo è costretto a percorrere, qualsiasi altro obiettivo di politica economica abbia tra le sue priorità. Il percorso è, in gran­de misura, reso necessario dalla posizione dell’Italia nell’economia internazionale. Siamo un Paese di medie dimensioni, che dal 2008 ha perso il 25% della sua capacità produttiva nel manifatturiero, con una percentuale di risorse umane non utilizzate (come dimostra l’alto tasso di disoccupazione), con alcune eccellenze di alta tecnolo­gia in una palude di imprese a tec­nologia bassa o intermedia, con 198mila leggi che rendono difficile operare e con uno dei debiti in rapporto al Pil più alti dell’euro-zona e con sistema bancario in grave crisi. Il quadro internazionale presenta segni sempre più forti di rallentamento. In questo contesto, le previsioni a medio termine non sono incoraggianti. Il gruppo dei venti istituti del consensus (venti centri di analisi previsionale-eco-nometrica, tutti privati e nessuno italiano), prevede per il 2017 (rispetto al 2016) una riduzione di circa mezzo punto percentuale per la crescita del Pil nell’eurozona.

Istituti italiani, come Prometeia e il Ref, indicano, nei loro rapporti, che nel 2017 la crescita econo­mica dell’Italia potrebbe essere inferiore a quella della Grecia; nel­le graduatorie saremmo gli ultimi nell’eurozona. Per questo motivo, giornali come The Financial Ti-mes paventano che l’Italia sarà commissariata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale al fine di monitorarne le politiche e, se indispensabile, trovare regole speciali per farla restare nella moneta unica (quali un ritorno, per alcuni Paesi, agli accordi eu­ropei sui cambi, colloquialmente chiamati Sme). In questo scenario prospettico si troverà chiunque dovrà fare politica economica. Escludendo l’ipotesi apocalittica di crisi di fiducia nell’Italia (che ce la possa fare) e di crisi di mercati, il percorso predeterminato si può riassumere in tre punti.

Primo, consolidamento della finan­za pubblica. Ciò vuol dire non solo cancellare “mance elettorali” dalla legge di bilancio, ma un rigoroso controllo della spesa sia di parte corrente, sia in conto capitale, ap­plicando le tecniche di valutazione che sino a tre-quattro anni fa veni­va insegnata alla Scuola nazionale d’amministrazione. Ciò comporta anche una riduzione del rapporto debito/Pil. Come farlo è indicato in numerosi lavori (quale il rapporto Astrid per il governo Monti e l’ana-lisi comparata dei differenti metodi fatta dal Cnel). Non solo, in uno degli ultimi fascicoli della Yale Law Review e del Financial Crisis Journal vengono offerte ricette dettagliate sulla base delle più recenti esperienze internazionali. Secondo, politica della domanda aggregata. Una vera e propria poli­tica di austerity non c’è mai stata, ma come rivela l’ultimo rapporto Censis, le famiglie che poteva­no, hanno aumentato risparmi e ridotto i consumi. Quelle a basso reddito sono scivolate verso la povertà. È urgente quella che un tempo si chiamava “politica dei prezzi e dei redditi”. Una politica dell’offerta diretta all’innovazione industriale e alla ripresa. La legge di bilancio prevede somme ingenti di supporto alle imprese a questi fini. Devono essere integrate da un serio scrutinio (trasparente e pubblico) del loro rendimento finanziario ed economico-sociale di ciascun progetto. Terzo, politica delle produttività. Il governo ha pochi strumenti direttamente nelle proprie mani. Lo dimostra chiara­mente un lavoro fresco di stampa dell’Istituto tedesco degli Studi sul lavoro: lo Iza discussion paper n. 10370 intitolato Management Practices and Productivity in Germany in cui, sulla base di una serie di nuovi dati, si esaminano le prassi messe in atto nella Re­pubblica federale per raggiungere gli alti livelli di produttività che caratterizzano i principali settori.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario