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Occupazione, voucher e articolo 18

Al lavoro! Senza referendum

Affrontare l'emergenza lavoro migliorando il jobs act, ma senza bloccare il Paese 

di Enrico Cisnetto - 19 dicembre 2016

Abbiamo già dato. È preoccupante la possibilità che dopo l’anno di campagna elettorale speso per il referendum sulle trivelle e per quello costituzionale, adesso anche i prossimi mesi siano condizionati dallo scontro, tutto ideologico, sul lavoro. La Consulta dovrà decidere sull’ammissibilità di tre quesiti promossi dalla Cgil il prossimo 11 gennaio ma, indipendentemente dall’esito, dovrebbe essere compito del Parlamento evitare un’altra guerra fratricida e paralizzante che potrebbe durare fino a giugno prossimo. E non è nemmeno pensabile di anticipare le elezioni politiche solo per sterilizzare la consultazione referendaria. Infatti, la priorità è e resta quella di rianimare l’economia, visto che non abbiamo agganciato la “finestra di opportunità” a livello internazionale e che non siamo in recessione solo per l’ombrello protettivo della Bce. Questa fase della legislatura va dedicata ad alcune emergenze, tra cui – l’ha dichiarato anche Gentiloni – quella del lavoro. Ciò significa sostenere le cose buone fatte finora, depurandole dagli errori ma senza tentazioni restauratrici.

 

L’unica vera riforma strutturale del governo Renzi in ambito economico è stato il Jobs Act e dei tre quesiti referendari promossi dalla Cgil solo quello che mira a reintrodurre l’articolo 18 – non solo per le imprese sopra i 15 dipendenti, com’era prima, ma persino quelle sopra i 5 – è direttamente collegato alla riforma. Un quesito che potrebbe essere dichiarato inammissibile perché “propositivo”, ma che ha una forte connotazione ideologica e si differenzia dagli altri due, che mirano ad abrogare le disposizioni che limitano la responsabilità solidale in materia di appalti e l’utilizzo dei voucher per pagare il lavoro accessorio.

 

In 8 anni, di voucher ne sono stati venduti 387 milioni, per quasi quattro miliardi di euro, ma l’uso di questi “buoni lavoro” esentasse da 10 euro lordi (7 e mezzo netti) sta crescendo esponenzialmente dopo l’estensione ad ogni ambito della legge Fornero del 2012 e l’innalzamento del tetto da 5 a 7 mila euro deciso dal governo Renzi. Tanto che si è passati dai 500 mila del 2008 ai 115 milioni dei primi nove mesi del 2015, con 1,4 milioni di persone coinvolte. Ora, lo strumento è di per sé neutro, ma in certa misura s’è usato a sproposito, incentivando il precariato. La Cisl, per esempio, chiede che agricoltura e edilizia ne siano esclusi. Queste, come altre richieste ragionevoli, dovrebbero essere prese in considerazione pur di mantenere uno strumento che permette, da una parte, l’emersione dal lavoro nero e, dall’altra, di regolare un sistema di prestazioni che negli anni della sharing e della gig economy è sempre meno inquadrabile e sistematizzabile. Le norme devono stare al passo con i tempi e il lavoro che sta cambiando, la Cgil se ne faccia una ragione.

 

Ora, il Jobs Act dei lavoratori autonomi approvato al Senato a larga maggioranza ha il merito di provare a sistematizzare quella che per anni è stata una giungla. Martedì riprenderà il percorso in Commissione alla Camera. Potrebbe essere l’occasione per regolarizzare i voucher e il sistema degli appalti per la tutela dei lavoratori, sterilizzando di fatto i quesiti referendari. Poi, se sarà ammesso dalla Consulta, su quello relativo all’articolo 18 ci confronteremo. Sono sicuro che l’esito sarà come quello sulla scala mobile di tanti anni fa. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario