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Crisi e opportunità

Renzi lasci un moribondo Pd. Può fare un partito da 40%

di Giorgio Cavangnaro - 07 dicembre 2016

Gli americani, col loro proverbiale ottimismo pragmatico, hanno reso celebre nel mondo il concetto, sano e positivo, secondo cui una crisi contiene in sé l’altra faccia, quella che nasconde nuove opportunità.

Disse infatti Albert Einstein: “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.”

Il risultato del referendum costituzionale pone il Pd renziano, che è manifestamente altra cosa dal Pd targato D’Alema, davanti alla necessità di un chiarimento. Un “redde rationem” di cui lo scenario politico italiano sente il bisogno da troppi anni, un equivoco la cui gestazione può essere datata nel momento in cui Enrico Berlinguer, invece di guardare al partito socialista come partner di riferimento e, soprattutto, come modello di costruzione di una formazione di centrosinistra moderna, scelse di tenere in vita gli antichi simulacri, cari a un elettorato affezionato alle bandiere rosse e falce e martello. Continuando però a perseguire una linea politica che, nei fatti concreti, rinunciava a quei principi ormai superati dalla Storia.

Un abile inganno, che portò il Psi di Bettino Craxi su posizioni eccessivamente spregiudicate smanioso com’era di governare in tandem con gli alleati di centro e il Pci a sciogliersi nell’abbraccio mortale di una vagheggiata, futura alleanza con la Democrazia Cristiana. Il Pd è l’ultimo figlio di quella politica e, a mio avviso, è venuto per Matteo Renzi il momento di cogliere l’opportunità che offre all’intera sinistra europea la grave crisi seguita alla sconfitta nel referendum del 4 dicembre.

Abbia dunque coraggio, il giovane fiorentino. Lasci il cerino, consumato e soprattutto deprivato da qualsiasi appeal elettorale, in mano agli ultimi dinosauri eredi di quell’inganno, che ha ritardato per decenni il superamento della diversità italiana nel panorama politico mondiale. Dia vita a una nuova formazione, moderna e rispondente alle istanze progressiste del terzo millennio, seppellendo per sempre i fantasmi del passato.

Si tratta solo di trovare un nome nuovo, rispondente alle istanze che un buon 40% dell’elettorato italiano ha dimostrato di condividere, e il gioco sarà fatto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario