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  • 20161205 - Rinnovabili e profitto

Industria e ambiente

Aggregarsi per l'energia pulita

Una filiera di energia rinnovabile per evitare di tornare ai combustibili fossili

di Enrico Cisnetto - 04 dicembre 2016

Ambiente e profitto non sono in contraddizione. Sembra averlo capito la Commissione europea, che mercoledì scorso ha presentato un massiccio piano con otto proposte legislative per ridurre le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 rispetto al 1990: meno sprechi, migliore integrazione, tutela dei consumatori e più ricorso alle rinnovabili. Ma tutto, senza scadere nell’estremismo ambientalista e con la consapevolezza che, senza una fase industriale, difficilmente le energie pulite potranno passare dai 5000 TWh generati attualmente ai 13500 TWh del 2040, colmando il gap attuale con il carbone (che oggi genera quasi 10 mila TWh) e distaccando il gas (4800 TWh). Infatti, la chiave di questo “pacchetto d’inverno” – che poi ciascun stato membro dovrà discutere – sono investimenti per 177 miliardi di euro a partire dal 2021, con un aumento potenziale del pil dell’1%.

Ma oltre agli investimenti, servono scelte strategiche. Per esempio, per raggiungere il 27% di energia rinnovabile, come promesso dai leader Ue nell’ottobre 2014, la Commissione raccomanda maggiore certezza normativa, strumenti per rendere “stabili” le fonti “instabili” e operatori più flessibili e sistemici. Tre fronti emblematici per l’Italia. Sul primo, infatti, fisco e regole che cambiano continuamente, anche in modo retroattivo (vedi lo “spalma incentivi”), allontanano gli investitori. Ora, con il Quarto e Quinto conto energia, i criteri sembrano diversi, ma certo abbiamo pagato un bel danno. Sul secondo, il boom delle rinnovabili ha messo in crisi le infrastrutture delle reti elettriche, progettate due secoli fa per portare l’energia da pochi grandi impianti ad una moltitudine di utenze, e ora costrette ad adattarsi ad un modello inverso. Ciò che manca, ora che i costi di un impianto fotovoltaico di taglia industriale e uno a combustibile fossile sono quasi equivalenti – 12 anni fa i pannelli avevamo un rendimento tre volte inferiore – sono sistemi di “stoccaggio” in grado di garantire che la generazione di energia da fotovoltaico ed eolico sia costante. Infine, sul terzo punto: serve un’industria delle rinnovabili, come in qualche modo c’è per l’eolico. Con EF Solare Italia, joint-venture tra Enel Green Power e F2i, che dopo diverse acquisizioni – l’ultima delle quali comprende impianti fotovoltaici per 60 Mw da Etrion – è diventato il più grande operatore italiano, è nato il primo grande polo industriale del fotovoltaico in Italia. Se vogliamo, sia nel percorso che nell’identità è un modello da seguire, perché l’energia generata dai primi due soggetti comunque non supera il 10% della produzione. Troppo poco, considerato che tutto il resto si articola su molte centinaia di soggetti.

Dopo la fase pionieristica, gli incentivi ricavati dalla bolletta degli italiani, pari a 10 miliardi l’anno, sono in riduzione. Giustamente. Allora, per contrastare l’eccessiva frammentazione del mercato, la scelta obbligata sono aggregazioni in grado di creare non solo grandi operatori, ma intere filiere, poli di una vera e propria industria del solare, in un percorso che dovrà portare al definitivo passaggio dalla fase finanziaria a quella industriale. Tanto più che, oltre alla crisi economica e di domanda, e alla fine degli incentivi, con la nuova presidenza americana potrebbe esserci un ritorno di fiamma delle risorse “fossili”. Meglio prepararsi. (twitter @ecisnetto)

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