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Capitalismo da ricostruire

Stop al «nanismo» industriale

Le grandi aziende riaprono in Italia ma il problema è la dimensione delle piccole

di Enrico Cisnetto - 27 novembre 2016

Non c’è più tempo, è ora di attrezzarsi per giocare con i grandi. Il tessuto produttivo italiano, affetto da un “nanismo” che ostacola la competizione sui mercati globali, impedisce l’aumento della produttività e allontana gli investimenti in tecnologia e innovazione, ha bisogno di fare un salto di paradigma. Senza il quale siamo destinati alla serie B.

E’ vero, secondo un rapporto Inps, il numero delle imprese non agricole con lavoratori dipendenti cresce dell’1,87% rispetto al 2014, ma su 1,6 milioni di aziende private, quasi l’80% (1,3 milioni) hanno meno di 5 dipendenti, mentre il 94% ne ha meno di 15. Ma è nel rimanente 6% che sono occupati quasi due lavoratori su tre (il 63,35% della forza lavoro). Nel suo rapporto di fine 2015, l’Istat stimava una media di 3,7 dipendenti per azienda, con il 95% di microimprese (sotto i 10 dipendenti) che realizza solo il 30% del valore aggiunto. Questo perché le “piccole” sono strutturalmente poco produttive, cioè meno in grado di organizzare processi produttivi e commerciali complessi, sfruttare la divisione e la specializzazione del lavoro, produrre economie di scala. Quindi, è positivo che dopo aver perso il 25% della nostra capacità industriale durante la crisi, a distanza di cinque anni (nel 2015) il numero delle piccole e medie imprese sia tornato a crescere dello 0,4% (rapporto Cerved), così come siano diminuiti del 20% i fallimenti e cresciuti i ricavi (+3,1%). Ma non basta. Non solo perché si è recuperato solo il 3,5% di quanto perso dal 2010 ad oggi, ma perché anche prima della recessione la struttura delle nostre imprese non era adatta a cogliere le sfide della modernità.

Innanzitutto, c’è un problema di proprietà. Anzi, di gestione. L’86% delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania lo stesso dato arriva al 90%, ma lì la gestione è delegata a manager nel 70% dei casi, mentre in Italia si scende al 30%. Per stare al passo con la competizione odierna, occorre meno atteggiamenti conservativi, tipici delle decisioni in famiglia, e più managerialità, coraggio, aggiornamenti tecnologici. Ergo, servono quegli investimenti che arrivano solo aprendosi al capitale di rischio, il quale necessariamente risponde a logiche diverse da quelle della parentela.

Non è un caso che il mondo imprenditoriale italiano sia spaccato a metà. Se la redditività media del capitale dal 2007 al 2015, secondo S&P, è inferiore del 2% rispetto alla media Ue, ad una minoranza di campioni che esportano – il 20% dice l’Istat, ma ho la sensazione che sia un dato troppo benevolo – si deve l’80% del valore aggiunto e dell’export. Sono quelle imprese che hanno accettato le sfide della globalizzazione, crescendo dimensionalmente, accettando di partecipare alle filiere territoriali e ai distretti industriali, che si sono messe in rete, che si sono dotate degli strumenti per vincere le sfide dei grandi mercati.

Siamo in una fase in cui importanti aziende – Piquadro, Calzedonia, Falconeri, Oreal, Safilo, Ima – stanno riaprendo stabilimenti in Italia, in quel fenomeno globale che si chiama “reshoring” e in cui siamo in testa in Europa, con 121 operazioni su 730. Ecco, il capitalismo può evolversi secondo la positiva “distruzione creativa” teorizzata da Schumpeter, oppure può indirizzarsi all’autodistruzione immaginata da Marx. Sta ad una scelta di politica industriale decidere da che parte andare. (twitter @ecisnetto)

 

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