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L'analisi

Il fantasma dell'output gap

L'altro nodo dei contrasti con Bruxelles

di Giuseppe Pennisi - 18 novembre 2016

Un elemento puramente tecnico-statistico, ma che ha assunto una marcata valenza politica nel confronto tra Italia (e altri stati dell’Unione Europea) e la Commissione è il calcolo dell’output gap, il differenziale tra Pil potenziale e Pil effettivo.

I Trattati europei e il Fiscal Compact fanno riferimento, per il calcolo dei vari parametri dell’unione, all’equilibrio strutturale di bilancio, che vuol dire al netto di effetti ciclici di breve periodo. Quanto più piccolo è il gap, tanto minore è la componente ciclica di disavanzo pubblico che si può sottrarre dal computo degli indicatori da confrontare con i parametri europei. Nonostante la Commissione e l’Ocse utilizzino lo stesso metodo di calcolo per il Pil potenziale, le differenze nelle ipotesi a base delle misurazioni possono portare a risultati drasticamente divergenti.

Le stime differiscono in particolare riguardo alla definizione di disoccupazione strutturale: mentre l’Ocse si serve del concetto di Nairu ( Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), ossia quel tasso di disoccupazione che garantisce la stabilità dei prezzi, ancorando le aspettative agli obiettivi della banca centrale (2% nell’Ue), la Commissione si basa sul Nawru (il Wage of Unemployment), il tasso di disoccupazione che non altera la dinamica salariale. Bruxelles incorpora così nel concetto di 'disoccupazione strutturale' buona parte del ciclo economico, con implicazioni a ribasso sul Pil potenziale.

Prendendo il documento della Commissione 'Come utilizzare al meglio la flessibilità prevista nel Patto di Stabilità e Crescita', nel 2015 l’output gap sarebbe stato pari a -3,8% per l’Italia, che si sarebbe dovuta trovare in una congiuntura moderatamente sfavorevole: questo avrebbe comportato l’obbligo di aggiustare il saldo strutturale di uno 0,25% del Pil. Secondo le procedure Ocse, invece, l’output gap sarebbe stato di -5,8 punti percentuali. L’Italia sarebbe stata in una fase eccezionalmente sfavorevole e non le sarebbe stato richiesto nessun aggiustamento. Con un maggiore beneficio per le famiglie e una maggiore spinta a investire per le imprese.

Gli Stati Ue che si considerano sfavoriti dal metodo della Commissione si sono più volte rivolti a Bruxelles, a partire dal ministro Padoan. La differenze persistono, però, anche se numerosi economisti ritengono il Nawru un indicatore più significativo. Se ne discuterà al prossimo Ecofin del 5-6 dicembre.

 

(Pubblicato su Avvenire)

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