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  • 20161113 - Esiste un No positivo

Il dibattito referendario

Esiste un No positivo

Gianfranco Pasquino risponde a Galli della Loggia

di Gianfraco Pasquino - 13 novembre 2016

Nello schieramento del NO non si trova, come, fra gli altri, ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia (Referendum, la doppia battaglia, “Corriere della Sera”, 5 novembre) , tutto il male, passato e futuro, del paese. Non si trovano tutti quelli che non hanno mai fatto niente (che cedimento alla propaganda renzian-boschiana!), tutti quelli che hanno approfittato di chi sa quali privilegi dati loro dalla Costituzione vigente. Rileggere la storia di questo paese permetterebbe di giungere a una valutazione molto più equilibrata. Guardare alle modalità simil-plebiscitarie con le quali il capo del governo ha impostato la sua lunghissima e conseguentemente costosissima campagna referendaria dovrebbe quantomeno portare a qualche critica. Infine, esplorare in maniera selettiva il background degli oppositori delle riforme e di una legge elettorale talmente discutibile che persino i loro facitori si mostrano oggi disponibili a cambiarla dovrebbe imporre una discussione sul merito.

Purtroppo, Galli della Loggia ha seguito un'altra già spesso battuta strada, sulla quale, però, personalmente, non sono affatto disposto a seguirlo. Dunque, non chiederò a nessuno dei sostenitori del sì, neppure ai riformatori parlamentari e al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, quali sono state le loro precedenti prese di posizione sulla necessità di ritoccare la Costituzione. Non chiederò con quali conoscenze, magari comparate, sono giunti all’elaborazione di quanto, in maniera del tutto irrituale, hanno fin dall’inizio affermato che avrebbero sottoposto al non richiesto vaglio referendario. Non andrò neppure a sottolineare strane convergenze fra quotidiani, come il Corriere e il Foglio e fra la Civiltà Cattolica, alcune banche, agenzie di rating e la Confindustria, meno che mai a chiederò loro quali riforme ritengono effettivamente non soltanto azzeccate, ma indispensabili.

   Almeno a grandi linee, tuttavia, qualche quesito meriterebbe meditate risposte, sul contenuto. Il bicameralismo italiano, che ha regolarmente prodotto più leggi di quello francese, inglese, tedesco, deve essere riformato perché è meno efficiente di quei bicameralismi? Oppure, forse, bisognava andare verso una sana delegificazione di cui non v’è traccia alcuna nelle riforme? La governabilità, fenomeno che i riformatori sostanzialmente declinano come stabilità del governo, creato e potenziato da un cospicuo premio in seggi, non dovrebbe quanto meno contenere qualche riferimento a meccanismi più trasparenti e anche più incisivi, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, alle origini della grande stabilità dei Cancellieri e dei governi tedeschi? Ma davvero il problema delle democrazie contemporanee è la loro ingovernabilità piuttosto che la loro capacità di offrire e garantire rappresentanza politica ai loro elettorati? Sapere rappresentare quegli elettori e consultarli, non offrendo disintermediazione, ma con forme di intermediazione, che sono la peculiarità positiva delle democrazie? Se si cambiano gli equilibri tra parlamento e governo non bisognerebbe cercare e innestare altri effettivi contrappesi poiché fra i compiti del parlamento sta anche quello di monitorare e controllare l’attività del governo, di quello che fa, non fa, fa male piuttosto di chinare la testa e votare la fiducia su decreti omnibus oppure correre su corsie preferenziali per incocciare votazioni a data certa?

   Se, come ha scritto, nient’affatto autorevolmente, la banca d’affari JP Morgan, le costituzioni dell’Europa meridionali sono “socialiste”, qualcuno dei facitori e dei sostenitori delle riforme costituzionali è davvero disposto a sostenere che queste riforme conducono nella direzione di una costituzione liberale? Il marchio, l’imprinting di una costituzione liberale consiste nel dare più forza al governo o nel provvedere freni e contrappesi? nel consentire il massimo di autogoverno ai poteri locali o nel fare ricorso alla clausola della supremazia statale? Nel sostenere, con grande sprezzo della storia del costituzionalismo liberale, che bisogna dare vita ad una, altrove inesistente, democrazia “decidente”, aggettivo che non compare mai negli indici dei nomi dei più importanti testi sulla democrazia a cominciare dall’indimenticabile classico di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni? Mettere in evidenza tutti questi aspetti, proprio di merito, fa di coloro che argomentano il no dei retrogradi che bloccano lo sviluppo del paese e trasforma i riformatori negli avanguardisti delle “magnifiche sorti e progressive”? Credo proprio di no.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario