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  • 20161106 - Capitale umano e produttività

La strada per la crescita

Capitale umano e produttività

Tecnologia e cervelli le chiavi per aprire la strada della ripresa

di Enrico Cisnetto - 06 novembre 2016

La produttività non tutta uguale, c’è quella buona e quella mediocre, se non cattiva. Se si allarga l’inquadratura dai dati economici diffusi periodicamente quello che preoccupa non è che nel 2015, dopo due anni, l’indice della produttività del lavoro in Italia sia tornato a calare (-0,3%,), mentre è cresciuta dell’1,6% nell’Ue e dell’1,1% nell’eurozona. No, il problema è che da due decenni la nostra media annua risulta stabilmente meno di un quinto di quella europea (+0,3% a fronte di +1,6%). Ma, soprattutto, che l’indice del totale dei fattori produttivi (che comprende anche capitale, innovazione e know-how) abbia perso lo 0,1% annuo, con il capitale che segna un preoccupante -0,9% e i settori delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione un tragico -5,3%.

 

Semplificando, la produttività indica come vengono utilizzate le risorse a disposizione. E i dati Istat ci dicono che nel periodo di espansione economica prima della grande crisi la produttività totale è scesa dello 0,9% annuo, mentre durante la fase più critica (2008-2013) è salita dello 0,8%. A dimostrazione che sono mancate politiche anticicliche sui fattori, perché l’aumento dell’occupazione senza quello della produttività è solo un effetto ottico, una pia illusione. E a conferma che la produttività non può (più) essere conquistata comprimendo i (già poveri) salari, anche perché è un gioco a perdere con le economie emergenti. Allo stesso modo, pur essendo fondamentale ridurre le spese per burocrazia e fisco e annullare il gap prodotto dal malfunzionamento della giustizia, non è sul taglio dei costi che possiamo pensare di invertire la rotta. Nel competitivo mondo globalizzato va rovesciato il paradigma: la partita si gioca sui ricavi, la produttività è figlia della capacità competitiva che le singole imprese e il sistema nel suo insieme hanno sui mercati internazionali.

 

Dopo anni in cui la contrattazione decentrata è stata boicottata, ora, fortunatamente, per le aziende è più facile organizzare la produzione in accordo con i lavoratori. Allo stesso modo, è un bene che sia il programma Industria 4.0 sia la detassazione dei premi di produttività (anche se, come dice Maurizio Sacconi, i margini devono essere estesi ai 6 mila euro) vengano inseriti nella manovra. Ma non basta. Negli ultimi 15 anni alcuni settori hanno brillato (come la farmaceutica, +73% di output) e la manifattura ha retto (anche se meno del resto d’Europa) grazie ai distretti industriali, alle filiere produttive che hanno messo una pezza al nanismo aziendale. Non è un caso che per le imprese “di frontiera” che investono in tecnologia, innovazione e capitale umano la produttività del lavoro sia aumentata del 3,5% annuo (Ocse). Purtroppo, però, anche in quel 7,4% di aziende che l’Istat definisce “innovatori strutturali”, la quota di laureati è comunque inferiore al 10% (nella Silicon Valley arriva al 42%).

Se fino alla fine del secolo scorso la produttività si calcolava in macchinari, oggi si calcola in cervelli, idee, connessioni. La strada che si percorreva allora non è più buona. La chiave è quella degli investimenti in capitale umano, innovazione e tecnologia. Stampanti 3D, robotica, digitalizzazione sono già il presente. La “buona” produttività è quella che serve per governare questi processi. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario