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  • 20161024 - Impossibile abolire il Senato

Le riforme istituzionali

Impossibile abolire il Senato

Perché l'abolizione del Senato è una fantasia pericolosa

di Massimo Pittarello - 24 ottobre 2016

Forse era davvero meglio provare ad abolirlo del tutto il Senato. Ma, forse, non è proprio possibile. Ne ora, né mai. Perché le Costituzioni, in fondo, sono la codificazione, concertata e tradotta in legge, della realtà sociale. E la realtà è che siamo sempre i figli dei nostri padri, che niente nasce dal niente e che, semplicemente, tutto si trasforma.

Pur avendo scelto la Repubblica nel 1946, la figura dell’attuale inquilino del Quirinale, per esempio, non è nient’altro che lo spin-off (o il figlioccio, se preferite) di quello che era il Re: scioglie le Camere, incarica il primo ministro, concede la grazia. Solo che l’incarico dura sette anni e l’elezione avviene a Camere riunite invece di essere a vita e per eredità dinastica. Per il resto non cambia molto, con i poteri che si dilatano e si comprimo, a fisarmonica, in maniera direttamente proporzionale alla solidità delle forze politiche in campo. Così, nello Statuto Albertino octroyé c’era una Camera dei rappresentanti e un Senato di nominati. Un bicameralismo certo elitario e criticabile, imperfetto di nome e di fatto, ma pur sempre padre di quello che abbiamo oggi, e che avremo anche a riforma eventualmente approvata.

Perché c’è una profonda differenza tra la realtà com’è (e come sarà sempre) e come vorremmo che fosse (e non sarà mai). Le Costituzioni, oltre ad un loro valore formale, ne hanno anche uno materiale, che consiste nella loro declinazione pratica. E non nascono dal niente, ma sono sempre l’eredità del passato. E quando si producono rotture troppo nette, fuori dal tracciato della storia, si creano solo danni ulteriori.

Per esempio, è evidente fatto storico che l’Italia sia il paese dei 1000 Comuni. L’invenzione delle Regioni del 1970, nel tentativo di costituzionalizzare il partito comunista concedendogli parte del potere locale, è stato un artifizio tattico di cui oggi ancora paghiamo i danni. Con le rivalità tra Salerno e Napoli, Fermo e Porto San Giorgio, Palermo e Catania e via dicendo, in aggiunta ai dissesti finanziari, gli scandali della politica locale e l’ingovernabilità complessiva del sistema, che sono a lì a dimostrare l’errore commesso.

Una dinamica che si è ripetuta anche altrove. In Germania, fin dai tempi di Otto Von Bismarck, c’è stato, da una parte, il (potente) Cancelliere e, dall’altra, regnanti che (a parte Federico II) hanno principalmente svolto il ruolo di taglianastri. E quando i teutonici hanno provato con i pesi e i contrappesi della Repubblica semi-presidenziale di Weimar (l’ingranaggio perfetto, secondo i costituzionalisti), alla fine le forze della storia hanno sconfinato nell’Impero nazista.

Perché le energie politiche, sociali, economiche, demografiche, non possono essere incastrate nei formalismi giuridici. Troveranno sempre una strada, una via d’uscita. Così in Francia, nazione di re, imperatori e conquistatori (da Carlo Martello a Carlo Magno, da Carlo V a Francesco I, da Napoleone I° a Napoleone III°), che quando ha tentato con il parlamentarismo assembleare della Quarta Repubblica, è dovuta tornare, cappello in mano e Algeria in fiamme, dal generale Charles De Gaulle. Il quale ha riportato la forma di governo dello Stato transalpino a quella sua più congeniale: un (semi) presidenzialismo dove il primo cittadino è politicamente e giuridicamente irresponsabile. Perché, seppur solo per eredità storica e nelle fantasie d’Oltralpe, l’inquilino dell’Eliseo è il supremo e infallibile comandate dei Galli.

Negli Stati Uniti, a differenza della Vecchia Europa, i coloni sono diventati padroni della terra ben prima degli dei e degli imperatori. E da lì deriva il diritto costituzionale americano alla proprietà privata. E, infatti, la loro Costituzione inizia con “We, the People”, mentre la nostra con “La Repubblica italiana”, che poi al secondo articolo “concede e garantisce i diritti”, come se questi fossero solo conseguenti all’entità statuale.

Il 4 dicembre gli italiani sono chiamati ad esprimersi su una riforma che abolisce il bicameralismo paritario. E, forse, il tema più delicato e discusso è il ruolo del nuovo Senato. Nelle fantasie di molti, fin dai tempi di Berlinguer, c’è la totale abolizione. Ma forse non ci sono i conti con la realtà.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario