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Crisi ad orologeria

La bomba del debito

Attenti alla bomba ad orologeria dell'enorme debito mondiale

di Enrico Cisnetto - 09 ottobre 2016

Mentre siamo impegnati nelle nostre beghe nazionali, c’è qualcuno che sta ragionando sul fatto che in giro per il mondo si avvertono sinistri scricchiolii che fanno temere (ai più accorti) che lo tsunami del 2008 potrebbe ripetersi con effetti ancora più devastanti? Ci sono orecchie che hanno ascoltato la previsione, fosca ma realistica (ahinoi), del ministro Calenda circa il fatto che il prossimo anno il commercio internazionale subirà un vero e proprio crollo? C’è qualcuno che si è preso la premura di andato a leggere il dato fornito dal Fondo Monetario circa il debito mondiale (pubblico e privato)? E se sì, dopo aver visto che ammonta la cifra record di 152.000 miliardi di dollari, ha calcolato che si tratta del 225% del pil planetario? Non si tratta di fare dell’allarmismo, ma di capire in quale congiuntura viviamo e che cosa ci attende.

Il debito è sicuramente l’aspetto più preoccupante. Certo, stiamo parlando di situazioni diverse: Per esempio, il debito dei 34 paesi Ocse ha raggiunto la cifra mai toccata in tempo di pace di 45 mila miliardi di dollari, ma è pur sempre sotto il 100% della ricchezza prodotta da questi stessi paesi (48 mila miliardi). All’interno dei 34, poi, si va dal caso estremo del Giappone (244% del pil), si passa per il 133% dell’Italia, e si arriva fino al magro 26% dell’Australia. Ed è proprio il rallentamento dello sviluppo, legato alla crescente spirale deflattiva in atto, che mette a rischio la sostenibilità del debito. Infatti, crescendo meno del 6% (che comunque non è poco), la Cina potrebbe non riuscire a sostenere il proprio debito che, anche se nessuno ne conosce l’esatto ammontare, dovrebbe avvicinarsi al 300% del pil. Oltretutto, l’Fmi avverte che due terzi del debito mondiale sono in capo ai privati, e questo pone ancor più a rischio la stabilità finanziaria e frena la ripresa.

Insomma, per un’economia in salute, debiti anche elevati sono un problema sostenibile. Se invece, il ciclo marcisce come nell’attuale “stagnazione secolare”, è difficile ripagare il dovuto. E la situazione è maledettamente complicata: il commercio mondiale sta rallentando verso il 3% dopo aver avuto tassi di crescita doppi negli anni passati; le banche sono piene di problemi (derivati e crediti deteriorati); il prezzo del petrolio oscilla vertiginosamente mettendo in pericolo le compagnie dello shale e spingendo verso il basso i prezzi, alimentando l’attuale spirale deflattiva. E, come se non bastasse, in conseguenza della liquidità pompata dalle banche centrali, le Borse sono schizzate (il Nasdaq dal 2009 ha triplicato il suo valore, il Dax tedesco è a +190%, il Dow Jones a +169%), con il risultato che oggi nel mondo c’è il 25% in più della massa di derivati esistenti al momento dello scoppio della grande crisi finanziaria mondiale. Infine, questa enorme montagna di debito è oggi sostenibile perché i tassi di interesse sono a zero, quando non negativi (in Europa, la metà di 5.620 miliardi di euro).

Ma le feste, prima o poi, finiscono. La scadenza del QE della Bce è prevista per marzo prossimo, mentre per la Fed ogni giorno è buono per alzare i tassi. In poco tempo i rendimenti negativi e i prezzi bassi si potrebbero trasformare in un boomerang, con la scintilla che potrebbe accendersi proprio all’interno della mastodontica bolla del debito mondiale. Occhio. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario