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  • 20160807 - Il Jobs Act non basta

Dopo i dati sugli occupati

Il Jobs Act non basta

Ora la vera sfida da vincere è creare posti di lavoro stabili

di Enrico Cisnetto - 08 luglio 2016

Se forse si può sorridere, non certo esultare. Per l’Istat la stima degli occupati è cresciuta a giugno dello 0,3% (+71 mila persone), dopo il +0,1% di maggio e +0,3% di aprile e marzo. Una tendenza positiva, ma timida in un mercato del lavoro che resta ancora troppo in chiaroscuro. Perché? Intanto, perché il saldo positivo di giugno è dovuto solo agli autonomi (+78 mila), che compensano il calo dei dipendenti (-4 mila). Poi perché in Italia si lavora sempre troppo poco. Aumentato di un solo decimale nell’ultimo mese, il tasso di occupazione è fermo al 57,35%, terzultima posizione dell’Unione europea, in pesante distacco da Germania (77,7%) e Francia (70%). Insomma, anche se siamo tornati al “record” (sic) del 2009, il gap è ancora troppo ampio, specie prendendo in considerazione la componente femminile (al 48,1%) e il dato del Meridione, fermo al livello del 1977 (42,3%).

Ma ci sono anche altre incertezze. Per esempio, il calo degli inattivi di 54 mila unità da maggio a giugno (-0,4%) e di 181 mila nel secondo trimestre (-1,3%) è preoccupante perché, da una parte, resta alta la percentuale complessiva (35,1%) e, dall’altra, si sono aggiunti 27 mila nuovi disoccupati in più (+0,9%), con il relativo tasso che risale all’11,6%. Certo, da quando c’è il Jobs Act la situazione è lievemente migliorata (239 mila disoccupati in meno e 449 mila lavoratori in più, di cui 310 mila stabili). Ma, attenzione, il merito va principalmente agli incentivi. Lo dimostra il fatto che, una volta ridotti dal 100% al 60% gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni, nei primi due mesi del 2016 la variazione netta dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato è inferiore del 74% ai primi due mesi del 2015, quando non c’era ancora il Jobs Act ma c’erano già i vantaggi fiscali. E, come si evince dall’esplosione dell’uso dei voucher, non c’è nessuna “stabilizzazione dei lavoratori”, ma solo la convenienza fiscale ad assumere. A dimostrazione che le leggi, da sole, non creano né lavoro né crescita, ma solo un ambiente eventualmente più favorevole. Il che non è poco, sia chiaro.

Il Jobs Act, l’unica riforma economica portata pieno compimento dal governo, è servita più a livello politico che all’economia. Chi la combatte serve un’ideologia condannata dalla storia. Chi la snobba, sbaglia. Ma non di meno commette un errore chi ne loda eccessivamente gli effetti sull’occupazione, sia perchè la tendenza, ancorché positiva, è comunque insufficiente in valore assoluto, sia perchè alimenta l’idea che non ci sia più nulla da riformare. E, invece c’è solo un cuneo fiscale superiore alla media europea (48,2%, contro 43,4%), un contesto permanente di bassa produttività (dal 2000 è cresciuta dell’1,5%, nell’eurozona del 9,5%), un welfare che tutela il posto di lavoro e non il lavoratore, lontano dalla flexsecurity del Nord Europa, regole troppo differenti tra dipendenti iper-garantiti e precari e autonomi (a proposito, speriamo che il ddl sul lavoro autonomo di Sacconi vada in porto).

Insomma, come accade anche sugli zero virgola del pil, inadeguati a sostenere la ripresa dell’occupazione, anche sul lavoro smettiamola di litigare su dati congiunturali e mettiamoci a pensare a quello che c’è ancora da fare. Che non è poco. Anche se rimane vero che nessuna legge, da sola, crea per magia posti di lavoro. (twitter @ecisnetto)

 

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