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Banche e Europa

Sciopero stress test

Basta stress test senza garanzie. Il governo non vada con il cappello in mano a Bruxelles.

di Enrico Cisnetto - 10 luglio 2016

Peccato che Matteo Renzi non fosse all’assemblea dell’Abi ad ascoltare Antonio Patuelli e Ignazio Visco, perché forse si sarebbe reso conto che per difendere il sistema bancario italiano, come giustamente il premier intende fare, la strada meno idonea è quella di andare con il cappello in mano a Bruxelles, Francoforte e Berlino a pietire qualche spazio di tolleranza per eventuali interventi di capitale pubblico. Il presidente dell’Abi e il governatore della Banca d’Italia hanno infatti offerto molte frecce acuminate, utilissime se solo il governo si decidesse ad imbracciare l’arco. La discussione, fin qui, è stata sugli strumenti da utilizzare per mettere rimedio alle carenze patrimoniali dei nostri istituti: da un lato noi che vorremmo evitare che eventuali interventi pubblici fossero sanzionati come aiuti di Stato, dall’altro la Vigilanza della Bce e la Commissione Ue, con il supporto del governo tedesco, che intendono far scattare la trappola del bail-in, forti (ed è difficile dargli torto) del fatto che trattasi di una normativa approvata anche da Roma. La vera questione, invece, sta a monte: siamo sicuri che le regole di funzionamento del credito che stanno alla base dell’Unione bancaria – che vorrebbero le banche collocate in un eden dove si è sterilizzato ogni rischio – e gli stress test, che pretendono di indicare le esigenze di capitale oggi sulla base di una proiezione triennale estrema tanto forzata quanto cervellottica, siano gli strumenti giusti per misurare lo stato di salute delle banche? A me non sembra. Così come sono sicuro che sia inopportuno lasciare ad un manipolo di burocrati privo di qualsiasi controllo una discrezionalità così enorme da poter stilare una pagella che divulgata, come finora è accaduto, prende la forma o di un certificato di morte o di patente di garanzia, e da poter pretendere che le conseguenti indicazioni, spesso fornite per lettera – anche quelle finiscono sempre ai giornali, chissà come mai – assumano i toni di una perentorietà tale da esautorare di fatto e assemblee dei soci e consigli di amministrazione. Inoltre, Patuelli ha spiegato con dovizia di particolari come l’Unione bancaria e la conseguente Vigilanza Unica non possano efficacemente funzionare, anzi possano creare danni gravi, senza testi unici in materia bancaria e finanziaria, del diritto societario e fallimentare, del diritto penale dell’economia e dei principi contabili.

Insomma, volendo ci sono molti argomenti da usare in questa che è una battaglia di interessi nazionali contrapposti, alcuni dei quali ben nascosti sotto le mentite spoglie di regole comuni in un regime totalmente asimmetrico. Ma non tocca a Patuelli, e neppure a Visco, giocare questa partita. Tocca al governo. Usando le armi, ma non quelle sbagliate. Dire “nessun problema, non siamo sotto osservazione”, è segno di profonda debolezza. Annunciare, peraltro senza neppure averlo, un ombrello da 150 miliardi significa dire ai mercati e ai risparmiatori che le nostre banche ne hanno bisogno, alimentando una letale eterogenesi dei fini. Invece, avvertire gli altri paesi che l’Italia farò lo sciopero degli stress test, almeno fino a quando i tedeschi terranno ferma l’assicurazione europea dei depositi, terzo pilastro fondamentale dell’Unione bancaria, è cosa molto opportuna. Senza sbraitare, ma con fermezza, evitando di abbaiare in patria e non mordere nelle sedi opportune. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario