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Il dopo Brexit

Europa in ordine sparso

Dopo Brexit nell'Ue vince la grande ipocrisia. Non resta che rivedere i Trattati

di Enrico Cisnetto - 03 luglio 2016

Di fronte alla Brexit, in Europa le strade erano (sono) due: ritrovare le ragioni della coesione, e quindi dell’integrazione federale (attivando quei processi democratici che fin qui sono mancati); dividersi ancora una volta, perseguendo unicamente gli interessi nazionali. Se il buongiorno si vede dal mattino, mi sembra che tutti abbiano scelto la seconda strada, pur sapendo che ciò potrebbe segnare la Uexit. I primi a farsi i fatti propri sono stati gli inglesi. Ma non perché abbiano dato seguito alla loro pur legittima decisione, ma per il motivo opposto. Nessuno dei leavers si vuole prendere la responsabilità di attivare l’Art 50 del testo unico europeo per la formale richiesta di divorzio: non Cameron, che si è detto fedele alla Ue e si è dimesso (rimanendo in carica), non Boris Johnson, che si è lasciato pugnalare dal killer Michael Gove, perché da leader del Leave come primo ministro non avrebbe potuto non firmare l’uscita, e non ha avuto il coraggio di avviare la procedura. Londra, con assoluta ipocrisia, vorrebbe trattare con la Ue indifferentemente le modalità dell’exit o del remain, e spera che tirarla alle lunghe rompa il fronte Ue e questo significhi negoziare da posizioni di maggior forza. In una conference call privata con degli analisti di mercato, Tony Blair ha detto che occorrono nuove elezioni da cui è sperabile esca un parlamento a maggioranza europeista, e solo a quel punto si potrà trovare una soluzione alternativa alla Brexit. Di fronte a queste furbate, Germania, Francia e Italia hanno subito mostrato di avere obiettivi divergenti: Berlino cerca di rallentare il più possibile l’uscita di Londra dal mercato unico nel tentativo di conservare l’importante quota di export (89 miliardi di euro, contro i 38 di import) che hanno i prodotti teutonici Oltremanica; Parigi, invece, è per negoziati rapidi, volendo tentare di sostituire la city come principale piazza finanziaria europea; Roma è solo interessata a conquistare altri margini di flessibilità sui conti pubblici, dopo aver già portato a casa uno “scudo” di emergenza per difendere da eventuali attacchi speculativi le nostre banche. E dire che non si contano le volte in cui emissari tedeschi, francesi e italiani si erano riunititi per discutere le modalità di rilancio dell’Unione Europea nel caso Brexit avesse avuto la meglio. Figuriamoci cosa sarebbe successo se non si fossero mai visti. Anche perché, nel frattempo, come se non bastasse, si è aperto – per mano di alcuni paesi dell’est, ma per conto di Berlino – il “caso Juncker”. Il gioco sembra essere quello di tanti negoziati bilaterali con il mazziere che da le carte, la Germania, nel tentativo, spesso miserevole, di portare a casa qualche briciola di benevolenza. Il tutto condito da melense dichiarazioni di “maggiore Europa”, che detta in questa termini non può che suonare “questa Europa”, cioè incrementare i vincoli che ci stanno soffocando (insieme ai nostri errori, sia chiaro). Mentre è del tutto evidente che l’unica soluzione sta nel rimettere mano ai Trattati, per superare il deficit di democraticità e rappresentatività delle istituzioni europee. Ma io non biasimo la Merkel, che intelligentemente persegue i suoi interessi nazionali dentro uno schema continentale intergovernativo che li premia. Biasimo tutti gli altri, che non hanno trovato di meglio che pietire qualche sconticino. (twitter @ecisnetto)

 

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