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  • 20160529 - In crisi e senza progetti

Economia e futuro

In crisi e senza progetti

Basta con i bonus da 80 euro serve una vera politica economica

di Enrico Cisnetto - 29 maggio 2016

Gli ultimi dati sulla congiuntura, a dir poco allarmanti, ci dicono che questo è un momento decisivo per la nostra economia, al bivio tra stagnazione e ripresa. L’arretramento dell’industria è certificato da un calo del fatturato (la maggiore flessione tendenziale da oltre due anni), dallo stop degli ordinativi (dato importante per capire il trend) e del commercio estero. Inoltre, i prezzi in deflazione non bastano a ridare slancio ai consumi – tanto che gli ultimi dati Istat sanciscono la crescita zero delle vendite al dettaglio – ma fanno sentire i loro effetti sulle buste paga, visto che l’aumento delle retribuzioni è il più basso mai registrato dal 1982. Ergo: la ripresa in Italia è molto più lenta e incerta del preventivato, ma soprattutto è decisamente inferiore alla pur non brillante performance dei paesi a noi paragonabili. A ciò si aggiunga, come se non bastasse, una fosca profezia del Fondo Monetario: se l’Italia continua così (Fmi stima che il pil farà +1,1 quest’anno e +1,25% nei prossimi due) recupererà solo “a metà degli anni 20”, cioè tra un decennio, i livelli di reddito del 2007.

Mi sarei dunque aspettato una reazione degli imprenditori, un allarme e una richiesta di cambio di passo nella politica economica. In effetti, il neo presidente Vincenzo Boccia, ha aperto la sua relazione all’esordio in assemblea di Confindustria, dicendo che la nostra economia, pur essendo ripartita, “non è in ripresa” e che siamo di fronte ad “una risalita modesta e deludente”. E a conferma che non si tratta di problema momentaneo, ma strutturale, ha puntato il dito sul tasso di produttività, che dal 2000 ad oggi è aumentato dell’1% (contro il 17% dei nostri partner europei). Non solo. Boccia ha fatto di più e meglio: ha autocriticamente ammesso che “un capitalismo moderno, fatto di mercato, di apertura ai capitali e di investimenti nell’industria del futuro” è di là da venire perché non ci siamo ancora “attrezzati al nuovo paradigma economico”, o meglio solo una parte (minoritaria) delle imprese ha portato a compimento quella che si chiama “trasformazione competitiva digitale”.

Ma Boccia, purtroppo, si è fermato qui. Non una parola di critica sul fatto che, di fronte a questo scenario pericoloso, il Paese pare totalmente assorbito, ormai da mesi, dalle elezioni amministrative e si è già immerso in una campagna elettorale referendaria lunga sei mesi – anzi Confindustria si accinge ad organizzarsi per fare campagna per il Sì (ma sarebbe uguale se la facesse per il No) – ma soprattutto nessuna proposta su come raddrizzare il legno storto di una politica economica finora basata solo sulla distribuzione di un po’ di denaro a pioggia (gli 80 euro e seguenti) nella vana speranza che si traduca in un aumento dei consumi e quindi del pil.

Occorre, invece, che la Confindustria approcci il Governo dotandosi di una proposta organica che abbia come obiettivo la creazione di spazi di manovra di bilancio per poter fare ingenti investimenti pubblici e favorire fiscalmente in modo rilevante quelli privati. Tante risorse ricavabili, per esempio, da una riconversione della spesa pubblica improduttiva (a in conto capitale) e da un’operazione straordinaria sul debito pubblico, per avere in cambio dalla Ue maggiore flessibilità sul deficit. Ogni altro atteggiamento sarebbe incomprensibile per gli imprenditori e dannoso per il Paese. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario