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  • 20160424 - Cercasi riforme strutturali

Pil e occupazione

Cercasi riforme strutturali

Sostenere la domanda porta consenso ma non farà ripartire l' economia

di Enrico Cisnetto - 24 aprile 2016

L’economia italiana non cambierà passo. Non a breve. Se n’è finalmente accorto anche il governo che nel Def ha abbassato le stime di crescita per il 2016 dall’1,6% all’1,2%. Ora, anche se queste previsioni sono solo di poco superiori a quelle degli altri (+1% di Fmi, Prometeia e Ficht, +1,1% Standard&Poor’s), mentre di solito il gap è più ampio, c’è comunque ancora troppo ottimismo. Vale per Bankitalia (“contesto internazionale incerto”), per la Corte dei Conti (“possibile revisione al ribasso”) e pure per l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (“ripresa anomala”). L’Istat poi, prevedendo per i primi due trimestri una crescita di tre decimali (in un intervallo tra +0,1 e +0,5%), ha dichiarato che è necessaria “un’accelerata” per raggiungere l’1,2%. Cosa del tutto improbabile, a oggi. Oltretutto, se il target non dovesse essere raggiunto, non ci sarebbe il calo previsto di tre decimi del deficit (da 2,6% a 2,3%) e del debito (dal 132,7% al 132,4%), con il contestuale evaporare dei margini di flessibilità Ue. Un sentiero stretto, su cui pesano come macigni le clausole di salvaguardia europee da 15 miliardi a partire dal 2017.

In questo contesto, poiché gli appuntamenti con le urne incombono, c’è il pericolo che la strategia del governo si concentri ancora una volta sul sostegno alla domanda, utile in chiave elettorale (forse) ma per niente a rilanciare l’economia. In passato, infatti, tra 80 euro, taglio delle tasse sulla casa, 500 euro ai maggiorenni, i risultati si sono visti più nelle urne che sui consumi o sugli investimenti. Lo stesso Jobs Act, l’unica riforma economica chiusa dal governo, è servito più per la battaglia politica contro la minoranza Pd e i sindacati che a rilanciare l’economia. Basta guardare gli ultimi dati pubblicati dall’Inps. La variazione netta dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato – saldo tra rapporti nuovi, trasformazioni di quelli a termine o di apprendistato meno le cessazioni – nei primi due mesi di quest’anno è positiva per 37.113 posti, inferiore del 74% ai primi due mesi del 2015 (+143.164). Un crollo dovuto principalmente al taglio dei sussidi alle assunzioni, che diventa ancor più preoccupante se si prende in considerazione il calo del 57% avvenuto rispetto allo stesso periodo del 2014 quando, con il governo Letta e senza incentivi, il bilancio fu di +87 mila nuovi posti. Non solo. Su tutti i nuovi contratti stipulati, la percentuale di quelli a tempo indeterminato è stata del 33,8%, mentre nel 2014 era del 37,5%. Insomma, non solo il Jobs Act al netto degli incentivi non ha creato nuovo lavoro, ma non ha nemmeno ridotto la “precarietà”. Tanto più se si prende in considerazione l’utilizzo dei voucher, aumentati del 45,2% rispetto allo stesso periodo del 2015. C’è da chiedersi cosa succederà nel 2018, quando finiranno gli incentivi e il cuneo fiscale tornerà ad essere 5 punti superiore alla media europea (48,2%, contro 43,4%). Facile: in un contesto di bassa produttività come la nostra, senza crescita non c’è nuova occupazione. E, infatti, il tasso di disoccupazione resta stabile sopra l’11%.

Ora se il Def, sommato agli annunci del governo, ci dice quale sarà la legge di Stabilità, avremo bonus Irpef, pensioni flessibili o 80 euro ai pensionati, o comunque “più soldi nelle mani delle famiglie”. Ma nessuna vera riforma strutturale. Così, l’Italia non riparte. (twitter @ecisnetto)

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