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Rafforzare il made in Italy

Occhio all'export

Sulle esportazioni siamo forti ma in bilico, bisogna puntare solo sui distretti e sulle eccellenze 

di Enrico Cisnetto - 27 marzo 2016

Pasqua di passione, più che di resurrezione. “La finestra di opportunità” di cui ha parlato il ministro Padoan si sta rapidamente chiudendo, mentre gli attentati terroristici sono un’ulteriore tegola sull’economia internazionale, che se già stava rallentando, ora è in frenata. Viceversa ad accelerare sono i rischi: dalla crisi dei Brics alla Brexit, dalla paura di altri attentati all’irrisolto problema dei migranti. Il “bazooka” di Draghi ha inserito lo stabilizzatore di frenata, ma ciò non impedisce che le stime per l’Italia si facciano sempre più preoccupanti. Anche perché i margini sui conti pubblici, invece che per investimenti, li abbiamo usati per finanziare spesa pubblica improduttiva o per drogare consumi che peraltro non ripartono. Ma soprattutto perché c’è il rischio che la frenata globale, interessando i nostri mercati di sbocco, colpisca l’unica locomotiva in corsa, le esportazioni, dopo che sono cresciute del 5,4% nei terribili anni di crisi.

Tutte le stime di crescita per il 2016 siano state corrette al ribasso: Pimco ha tagliato di un quarto la crescita mondiale, portandola al 2,5%, mentre la Bce ha portato a 1,4% quella dell’eurozona. L’agenzia di rating Ficht ha abbassato le stime per l’eurozona da 1,7 a 1,5% e da 1,3 a 1% per l’Italia. Lo stesso Renzi, a fine febbraio, ha dovuto portare a 1,4% le previsioni sul 2016, dall’1,6% annunciato con la nota di aggiornamento al Def. Oltre a tagliare la crescita del pil di due decimi di punto, all’1%, Prometeia ci dice anche che la globalizzazione è “in affanno”, con il rallentamento della crescita mondiale al 2,6% e del commercio a 1,9%, ben lontano dalla media del 4% degli anni Novanta.

Nel 2015 il nostro export è cresciuto meno dei concorrenti europei e del commercio mondiale, ma c’è stato il miglior risultato di sempre per i distretti industriali, che con 94,6 miliardi di esportazioni hanno doppiato il risultato (triste) del 2009. Uno studio di Banca Intesa ci dice che sono soprattutto le medie imprese, autentica ossatura del made in Italy, ad aver trascinato il rialzo dell’export, ma che questo è avvenuto principalmente in Europa, dove finisce il 60% dei prodotti – mentre agli Usa va il 10% e alla Cina solo il 2,5% – e che l’incremento è avvenuto a parità di volumi, e quindi per effetto di un aumento del valore per unità di prodotto. Insomma, sebbene le nostre imprese siano spesso forti, specie nel manifatturiero (siamo primo esportatore mondiale in ben 235 prodotti e sul podio per altri 946), la quota italiana sulle esportazioni mondiali è passata dal 3,9% nel 2003 al 2,8% nel 2013 con una contrazione del 26%. Inoltre, nei prodotti cui vantiamo un predominio stiamo rallentando sia in assoluto (-5% della quota di mercato) sia in relazione al resto delle esportazioni.

Siamo ancora forti, ma in bilico. Il nostro export ha riqualificato l’offerta, puntando su una specializzazione produttiva in grado di soddisfare la domanda della nuova middle class globale, ma ora quel segmento attraversa una fase di incertezza. E come non mancano le qualità, purtroppo, non mancano nemmeno le difficoltà di scenario. Allora, per non perdere slancio, è necessario puntare tutto proprio su chi ha successo: i distretti, i campioni, le eccellenze, lasciando al suo (inevitabile, prima o poi) destino chi vive vegetando tra una cassa integrazione e un sussidio pubblico. E le opportunità non sono infinite. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario