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Pochi figli, tanti problemi

Vecchia Italia

Il Belpaese invecchia e il tema previdenza va affrontato senza tabù, immigrazione compresa 

di Enrico Cisnetto - 21 febbraio 2016

Da una società matura si esigono decisioni mature. La popolazione residente in Italia è sempre più vecchia, lavora sempre meno e diventa progressivamente più composita. Tutte metamorfosi, tipiche dei Paesi sviluppati ma da noi più accentuate, che richiedono altrettante contromisure. Robuste.

Come certifica l’Istat per il 2015, infatti, in Italia c’è il minimo storico di nascite con 15 mila nuovi nati in meno rispetto al 2014, il tasso di fecondità si riduce per il quinto anno consecutivo (fino a 1,35 figli per donna) e il saldo tra nati e morti è negativo di 165 mila unità. Oltre ad essere di meno, insomma, saremo con un’età media più alta (è salita da 44,2 a 44,6 anni) e meno arruolabili al lavoro (l’indice di dipendenza passa dal 55,1 al 55,5%). E se oggi gli over 65 sono il 22% della popolazione, domani saranno molti di più. Tali mutamenti demografici non possono essere sottovalutati né considerarsi risolti con la riforma delle pensioni del 2011. E’ necessario, allora, ragionare sul lungo termine, incoraggiando forme di previdenza integrativa, rendendo più flessibile l’età pensionistica e aiutando le casse previdenziali a sostenere il rapporto tra contributi ed erogazioni. In un Paese in cui la ricchezza netta (8,7 miliardi di euro) è pari a 8 volte il pil, ma sostanzialmente immobile, le Casse possono sostenere l’economia qualora siano favoriti anche fiscalmente gli investimenti della loro liquidità nelle attività reali.

La metamorfosi demografica, poi, impone di affrontare il tema della previdenza senza tabù, anche, se necessario, mettendo in discussione sia i cosiddetti “diritti acquisiti” sia i metodi di calcolo delle pensioni. Per esempio, l’ipotizzato intervento sulla reversibilità non era una “tassa sulle vedove”, ma solo il tentativo di introdurre un calcolo con cui considerare anche il patrimonio e non solo il reddito, considerato che da noi questo rapporto è molto squilibrato.

Ma il nostro invecchiamento sarebbe ben più accentuato se non ci fossero gli immigrati a compensare. A fronte di 179 mila italiani in meno registrati nel 2015, infatti, ci sono 39 mila stranieri in più, che arrivano così complessivamente a superare i 5 milioni (l’8,3% dei 60,6 milioni di residenti). Ennesima dimostrazione che i migranti sono una risorsa più che un pericolo, anche perché più giovani degli italiani (una media di 31,2 anni contro 44,2), più “imprenditori” (tra il 2011 e il 2013 le imprese degli stranieri crescono del 9,5% e quelle italiane calano dell’1,5%) e con una propensione al consumo doppia (dati Bankitalia). Di fronte ad un fenomeno così prezioso, ma anche così massiccio e carico di complessità, è necessario, da una parte, chiarire che non c’è nessuna “invasione”, visto che l’afflusso registrato nel 2015 è un quarto di quello conseguito nel picco del 2007 e, dall’altra, imporre chiare e severe regole che, oltre a poter gestire il fenomeno migratorio negli anni, consentano a chi arriva di inserirsi virtuosamente nel nostro sistema di welfare.

Infine, è necessaria anche una considerazione di politica industriale. Con lo sviluppo tecnologico accelerato attuale, la manodopera a basso costo dei Brics, la concorrenza dei Paesi emergenti, l’unica soluzione è puntare sull’innovazione, le competenze e la specializzazione dei nostri lavoratori. Insomma, pochi, invecchiati, ma buoni. (twitter @ecisnetto)

 

 

 

 

 

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario