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  • 20160214 - I nemici delle banche

Dalla bad bank e alla riforma delle Bcc

I nemici delle banche

Per gli istituti bancari serve una svolta o non si uscirà dalla palude

di Enrico Cisnetto - 14 febbraio 2015

Conoscere il nemico, prima di tutto. Le banche italiane sono sotto l’attacco dei mercati, ma più che per intrinseche debolezze, i pericoli arrivano dagli errori politici di ieri (dal bail-in al decreto salva-banche) e di oggi (la “presunta” bad bank e la pasticciata riforma delle Bcc), nonché dalla sopravvalutazione mediatica dei rischi. Si prenda il caso Mps: dopo aver sottoscritto 8 miliardi di aumenti di capitale, il mercato ha fatto crollare la capitalizzazione a 1,3 miliardi (-50% in un mese, -77% negli ultimi sei), e tutto ciò senza una vera motivazione, visto che i numeri del 2015 appena pubblicati evidenziano un significativo miglioramento della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della banca guidata da Fabrizio Viola, mentre il confronto con i principali concorrenti nazionali dimostra che la gestione corrente è tra le migliori.

Ha dunque ragione Pierluigi Ciocca, ex Bankitalia, nel dire che non bisogna confondere il dissesto di quattro banche che rappresentano l’1% dei depositi con il tutto e che, al netto di svalutazioni e accantonamenti, il peso dei crediti incagliati è relativamente contenuto. Ma, soprattutto, che i problemi sono esogeni, dalla vigilanza unica europea fino alle regole sugli intermediari. Insomma, sono le regole, europee e nazionali, a non sostenere il sistema in questa fase turbolenta.

Anche le ultime misure varate dal governo, pomposamente annunciate come decisive, sono piene incertezze. Le 376 banche di credito cooperativo, per esempio, dovranno obbligatoriamente passare sotto un gruppo nazionale, quotato in Borsa e con un miliardo di capitale, che dovrebbe migliorare governance, patrimonio e sicurezza, ma i rapporti tra holding e istituti saranno disciplinati da Bankitalia e fino a quel momento resta tutto fermo. Un limbo preoccupante, soprattutto perché nessuno ha ancora visto nemmeno il decreto di Palazzo Chigi. Ed è anche incerto come saranno tutelati gli scopi di mutualità, solidarietà e sussidiarietà che contraddistinguono il credito cooperativo sul territorio. Tra l’altro, le Bcc avevano contrattato con Mef e Bankitalia una holding su base regionale, ma il governo si è spinto fino al livello nazionale, introducendo la strana e inedita possibilità per le Bcc di non aderire, a patto di trasformarsi in società per azioni, avere un patrimonio superiore ai 200 milioni e versare all’Erario il 20% delle proprie riserve (che sono però indivisibili e hanno goduto di corpose agevolazioni fiscali).

Insomma, un decreto che scontenta tanto chi voleva conservare le Bcc così come sono quanto i riformatori, e che rischia di ripetere il flop della bad bank, dove la montagna ha partorito il topolino. Dopo essere arrivati in ritardo rispetto al resto d’Europa, per superare il divieto di aiuti di Stato è stata introdotta una bizantina garanzia statale limitata ad alcuni specifici crediti deteriorati (nel decreto legge si prevede oltretutto che sia efficace solo se sono cedute più del 50% delle sofferenze peggiori) che potrebbe rendere la misura pressoché inefficace.

Insomma, si naviga a vista, con molte parole e poca concretezza. Se poi a questo si aggiunge che i vincoli europei sono una ricetta standard per sistemi creditizi morfologicamente diversi, per cui le nostre banche di tutto avevano bisogno meno che di Basilea 3, si capisce perché molti banchieri si sentono sotto il tiro del fuoco amico. (twitter @ecisnetto)

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