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Banche e Europa

Bad Bank al ribasso

Niente compromessi al ribasso, sul salvataggio delle banche l'Italia deve sfidare Bruxelles

di Enrico Cisnetto - 31 gennaio 2015

È tutta una questione di proporzioni. Se per un anno evochi la nascita di una bad bank capace di risolvere pienamente il problema delle sofferenze bancarie – creando aspettative tali da indurre tutti i banchieri ad astenersi dal fare qualunque mossa in attesa dello strumento salvifico – e poi chiudi la vicenda con un modesto compromesso, beh l’unica cosa che puoi attenderti è che si dica che la montagna ha partorito il topolino. Forse l’accordo sulla bad bank che Renzi e Padoan hanno portato a casa da Bruxelles è qualcosina di più di un pannicello caldo che salva le apparenze senza risolvere alcunché. Forse potrà persino aiutare la nascita, pur tardiva, di un vero mercato dei crediti deteriorati. Ma, certo, lascia l’amaro in bocca per il tempo sprecato e le troppe attese deluse. E, comunque, rimanda contraddizioni e problemi al futuro. Vediamo nel dettaglio.

Il patto prevede che ogni istituto possa creare un “veicolo” di sua proprietà a cui cedere i crediti che non riesce a riscuotere: un gioco di contabilità e scatole cinesi che non elimina i problemi. Queste bad bank, in pratica, per comprare le sofferenze emetteranno obbligazioni che saranno poi rimborsate tramite l’attività di recupero crediti. Se quest’ultima dovesse andare male, per ripagare i bond interverrebbe la “garanzia” dello Stato. Ma, da una parte, questa assicurazione pubblica è attivabile solo per le situazioni meno rischiose (definite senior) e lascia nell’invenduto o nel totale deprezzamento le altre (junior). Dall’altra, la garanzia avrà un costo per le banche: se troppo alto sarà inutile, se troppo basso sarà derubricato ad aiuto di Stato.

Allora, quale sarà il prezzo per queste garanzie? “Lo decide il mercato”, stabilisce l’accordo. Ma che senso ha disporre un intervento pubblico se poi si lascia decidere tutto a domanda e offerta? Far nascere un mercato delle “garanzie sulle sofferenze”? L’unico precedente “prezzo di mercato” per le sofferenze è quello deciso con il decreto “salva banche” di novembre, quando ai crediti deteriorati delle 4 banche in crisi fu assegnato il 17,8% del loro valore originale. Se la quotazione restasse la stessa – nella migliore delle ipotesi si prevede un 5% in più – saremmo lontani dal 48% a cui vengono oggi messe a bilancio. Insomma, si aprirebbe un “buco” di circa 40 miliardi per gli istituiti: non proprio un “aiuto alle banche” o un’azione in grado di risollevare i loro bilanci. Inoltre, anche se andasse tutto bene, l’operazione potrebbe valere dai 10 ai 40 miliardi. Nulla rispetto ai 350 tra sofferenze e crediti incagliati.

Di tutto ciò gli investitori si sono accorti, e così l’attacco speculativo non avviene più sui bond sovrani, protetti dal “bazooka” di Draghi, ma sui titoli bancari, che da inizio hanno il 17% nell’eurozona e il 25% in Italia, pari a 25 miliardi di capitalizzazione. L’Italia è più vulnerabile perché la quota di sofferenze sul totale dei crediti è del 16,7%, a fronte, per esempio, del 3,4% in Germania. Ma loro hanno agito prima e con criterio, concedendo garanzie sei volte superiori alle nostre. Noi siamo arrivati tardi e male. Ora, invece di stridenti polemiche, sarebbe stata più utile forzare la mano, sfidando la Ue fino al punto di fregarsene di un’eventuale apertura d’infrazione per aiuti di Stato: tra le tante, una bocciatura di Bruxelles su questo sarebbe stata il male minore. (twitter @ecisnetto)

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