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Dalla bad bank al "sarchiapone"

La ripresa passa dalle banche

Sulle banche bisogna stringere i tempi e sperare ancora una volta in SuperMario (Draghi)

di Enrico Cisnetto - 25 gennaio 2016

A volte basta la parola. Quella di Mario Draghi – “we don’t give up” – che annuncia che la Bce non si arrenderà, che i tassi resteranno bassi a lungo e che il sistema bancario italiano non ha bisogno di ulteriori iniezioni di capitale oltre a quelle già concordate, è stata più che sufficiente a placare il panico e riportare l’equilibrio nei mercati internazionali, sancendo come nell’assenza di una vera unione europea e nella latitanza dei governi nazionali, la Bce abbia definitivamente conquistato un insostituibile ruolo politico. Succede quando parole e autorevolezza viaggiano di conserva.

Avranno lo stesso effetto le parole spese dal governo per assicurare che a ore è attesa la soluzione – condivisa anche da Bruxelles, che così rinuncerebbe a sollevare il tema degli aiuti di Stato – per la questione delle sofferenze (200 miliardi) e dei crediti incagliati (150 miliardi) che zavorrano il nostro sistema creditizio? Corro il rischio di prendermi il cartellino rosso di gufo, ma dubito. Intanto perché fin qui è trascorso un tempo intollerabilmente lungo. Nel corso del quale si sono lasciate le banche esposte al pubblico ludibrio, per cui un anno fa venivano accusate di lesinare il credito alle imprese e ora sono sul banco degli imputati per averne dato troppo. E poi perché ancora non sappiamo di quale strumento si stia parlando. Il ministro Padoan prega di non chiamarlo “bad bank”, neppure nella versione light – che in effetti non si sa bene che diavolo sia – ma non ci ha detto cosa sia questo “sarchiapone”. Circolano varie proposte e supposizioni, in particolare sta prendendo corpo l’idea di attingere allo stock delle obbligazioni che sono nel passivo delle banche (circa 370 miliardi, di cui oltre 70 di subordinate) attraverso la conversione prima dei bond subordinati, e poi di parte delle obbligazioni senior, con rapporti di concambio incentivanti, legati a possibili clausole di lock-up. Ma siccome non risulta ci sia un tavolo a cui il governo abbia chiamato a partecipare le banche (o quantomeno l’Abi), la Banca d’Italia e interlocutori europei (ma ne abbiamo ancora a Bruxelles?), non sappiamo quale delle tante idee che circolano possa rappresentare quella buona. Ma che sia urgente e indispensabile trovarla, la via d’uscita, è poco ma sicuro. E, dunque, se al contrario delle parole spese, il “sarchiapone” non salta fuori o si dimostra una fregnaccia, sarà bene che l’unica voce europea autorevole – alias Draghi – si prenda l’impegno di risolvere anche questa grana. Anche perché abbiamo disperatamente bisogno di riavviare gli investimenti – senza i quali la ripresa è una chiacchiera buona per i comizi elettorali – e considerato che l’85% delle risorse finanziarie fin qui a disposizione delle imprese è di origine bancaria, e che senza demolire la montagna dei vecchi crediti inesigibili non riesce il trasferimento all’economia reale della liquidità immessa dalla Bce, o si risolve il problema o ogni altra manovra di politica economica si rivelerà inutile. Certo, la riduzione dei tempi di recupero delle sofferenze e la deducibilità degli accantonamenti in un anno varati nel decreto fallimenti sono decisioni utili, ma senza un intervento strutturale non bastano. E siccome è evidente anche agli orbi quanto sia fondamentale la “supplenza” della Bce nei confronti delle istituzioni comunitarie e degli stati nazionali, non resta che sperare ancora una volta in SuperMario. (twitter @ecisnetto)

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